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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Martone si ferma alla fascinazione dei luoghi
e delle idee, meglio il rapinatore Redford


“Capri-Revolution”, partendo dall’esperienza di Karl Diefenbach, pittore tedesco vissuto a Capri, dove morì, a inizio ‘900 e dal pensiero artistico di Joseph Beuys, racconta la storia di un gruppo di giovani adoratori del Sole, della Natura e del Nudismo, in un luogo ideale per la pace, l’arte, la danza. Siamo a ridosso della Grande Guerra e il nucleo di giovani, ovviamente tutti bellissimi e guidati da una specie di Cristo, viene spiato da una giovane capraia dell’isola, Lucia (altrettanto bellissima e con abiti sempre lindi e ordinati), che abituata a essere trattata da serva dai fratelli, ora che il papà è morto, s’invaghisce di quella vita all’aria aperta, abbandonando la casa e diventando anche vegetariana, dopo aver rifiutato il matrimonio con un ricco vedovo del luogo. Nel frattempo arriva sull’isola un giovane medico, che probabilmente si innamora di Lucia.
Mario Martone porta “en plein air” il suo sguardo teatrale decodificando le varie tracce del secolo scorso (soprattutto anni ’60 anticipati di mezzo secolo, si pensi ad esempio al Living Theatre) in una sorta di lettura atemporale dei fatti, nella quale finiscono per essere accettate anche le evidenti incongruenze presenti. Cerca di ottenere una consacrazione del corpo e della terra (le nudità, quasi tutte femminili e in generosa evidenza, abbondano), dello spirito e dell’arte (tutti suonano, danzano…) mostrando l’emancipazione di una giovane donna che individua la possibilità di sentirsi libera. Ma il film presenta anche una sua sterilità nelle contrapposizioni piuttosto nette, con la carnalità plastica e mai sensuale (soprattutto nell’unico accoppiamento visibile, piuttosto brutto), la bellezza patinata (certo siamo a Capri, ma qui nemmeno la vecchia madre appare provata dagli anni e dalla fatica), il senso utopico dell’avventura che sembra fossilizzarsi nelle ripetitive azioni e santificarsi a uno sguardo perennemente oscillante tra spirito e materia, senza trovare il modo di evitare una visione al massimo contemplativa, se non didascalica.
Ricostruendo un percorso che attinge alla Storia e all’Arte, Martone dopo “Noi credevamo” e “Il giovane favoloso” continua  a riflettere sulla modernità e il progresso, sul pacifismo e sull’intervento bellico con la Guerra alle porte (l’ambiguità del medico socialista), sul ’68 e il suo fallimento, non riuscendo tuttavia a imprimere agli argomenti la forza dei lavori precedenti, puntando soprattutto a una sintomatica fascinazione dei luoghi e delle idee, che però rimane spesso solo suggerita, colpa anche di una sceneggiatura approssimativa (si pensi, ad esempio, all’addio alla madre e soprattutto ai fratelli); e chiudendo il passato con un nuovo ideale futuro, il film nel finale concede al viaggio simbolico la meditazione per una nuova utopia.
Stelle: 2½

COLD WAR: MUSICA E MELO'
- Nella Polonia anni ’50 il musicista Wictor è affascinato dalla cantante Zula. Il primo fugge in Europa, a Parigi; la seconda sposa un italiano per uscire da Varsavia: i due si ritrovano, tempo dopo, nella capitale francese. E i loro destini si allontanano e si incrociano continuamente, tornando alla fine di nuovo a casa.
In un mirabile bianco e nero dai duri e forti contrasti, Paweł Pawlikowski conferma con “Cold war” la sua formidabile adesione estetica a un cinema che dona all’immagine una composizione fin troppo ricercata, diventandone a volte un po’ il limite. Ma questo melò algido, che trova anche negli attori il valore aggiunto, dai toni rapsodici e raccordato con ellissi spiazzanti e che a qualcuno ricorderà superficialmente “La la land” (ma ne siamo distanti per tutto), si insinua nella memoria e resta con tutta la forza nel raccontare la vita sociale e politica di un Paese, com’era successo anche a “Ida”, opera d’esordio del regista polacco. Un film si direbbe semmai fassbinderiano, dove il grande regista tedesco avrebbe dato però più peso alla storia e meno alla sua rappresentazione. Fresco trionfatore agli Oscar europei (Efa) dove ha vinto come miglior film, regia, sceneggiatura, attrice (Joanna Kulig) e montaggio. 
Stelle: 3½

OLD MAN & THE GUN: IL LADRO GENTILUOMO
 - Forrest Tucker, nonostante ormaI l'età avanzata, continua a rapinare banche, con una galanteria originale. Abituato a entrare e uscire di prigione (dalla quale riesce sempre a evadere), incontra, tra una rapina e l'altra, una signora in difficoltà con l'auto. Aiutandola troverà il tempo, tra un colpo e l'altro, di intrecciare una tenera storia che però non riuscirà a distoglierlo dal suo principale hobby. L'ultimo film di Ribert Redford (dove spiccano anche Sissi Spacek e Casey Aflleck, nel ruolo del detective) è una commedia soffice, malinconica e affettuosa, che sembra ripercorrere molte tracce della carriera del grande attore. Tratto da una storia vera mette in scena principalmente un'ossessione, dove il gesto fuorilegge assume più un significato esistenziale che deliquenziale.
Stelle: 3

LONTANO DA QUI: LA POESIA COME SALVEZZA 
- Remake di un film israeliano di qualche anno fa, racconta l'infatuazione intellettuale di una insegnante, con delusioni continue nella sua vita affettiva, per un fanciullo della sua classe che recita a voce alta le proprie sorprendenti poesie. Ribaltandone il punto di vista (dal bambino alla maestra, una bravissima Maggie Gyllenhaal), la regista italoamericana Sara Colangelo, già premiata al Sundance, riesce a trovare un equilibrio di sentimenti e pulsioni anche pericolose, componendo un quadro di mirabile sensibibilità, dove mostra come la società abbia ancora bisogno di cultura, arte e poesia. Bello il finale dove la sottrazione narrativa garantisce l'astensione da qualsiasi giudizio.
Stelle: 3½


 

Venerdì 21 Dicembre 2018, 00:07
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