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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Malick, Diao e Porumboiu: tris d'autore
Almeno in sala il cielo di Cannes è sereno

Giorni di pioggia, giorni noir: nel film cinese di Diao Ynan viene giù continuamente, dal cielo di Cannes pure e qui francamente la cosa sta diventando insopportabile. Ma almeno in sala il cielo è sereno. Tre film ieri che lasciano il segno, con il ritorno parziale di Terrence Malick a coordinate più narrative, con un film finalmente approdato sullo schermo. E girato in Friuli, a Sappada, oltre che in Alto Adige. 

A HIDDEN LIFE di Terrence Malick (Concorso) – Siamo nel 1940 a Sankt Radegund, un paese a meno di un’ora d’auto a nord di Salisburgo. Qui vive il contadino Franz Jägerstätter, con la moglie Fani e le figlie, che all’arrivo delle truppe hitleriane, si rifiuta di combattere al loro fianco, finendo per essere arrestato, processato e ghigliottinato nel 1943. Tratto da una storia vera, “A hidden life”, che all’origine doveva chiamarsi proprio “Radegund”, permette al regista di “La sottile linea rossa” e “The tree of life” (Palma d’oro qui nel 2011) di proseguire il suo discorso ontologico sull’Uomo, a confronto con la Storia, l’Universo e ovviamente se stesso, portando il libero arbitrio all’esasperazione nella ricerca della Verità, a costo anche di perdere la vita, nel contrasto tra la pace della Natura e la turbolenza dei rapporti umani. Malick ritrova una traccia più narrativa rispetto ai suoi ultimi lavori, ma non rinuncia più alla sua architettura preferita, barocca fino all’esasperazione nonostante la sottrazione di un racconto classico e dialoghi, giocando sulla frantumazione del tempo, sul montaggio ansioso e dissociato, sulla ripresa grandangolare e sul sistema contemplativo del mondo. Tutto questo produce un effetto ancora una volta stupefacente e spiazzante, tuttavia anche estenuante alla centesima corsa tra i campi, al millesimo carrello nei corridoi del carcere (no, non è una riserva sulla durata di 3 ore, ma…): il fascino del percorso “interiore” dei protagonisti, anche in questa storia dura e crudele resta intatto, ma è anche vero che uno dei pochi momenti il cui cuore batte davvero è quando la moglie va a trovare il marito in carcere, prima dell’esecuzione, specie quando le viene negato di abbracciarlo, rinunciando finalmente a qualche “svolazzo” poetico. Diviso in tre parti (la giocosa vita bucolica, con il rombo di un aereo ad annunciare il dramma; l’arruolamento nel castello di Enns, con l’obiezione di coscienza; il processo, dove appare per l’ultima volta Bruno Ganz, e l’esecuzione a Tegel), inframezzato da inserti d’epoca con la vita pubblica e privata del Führer, il film è anche un monito sull’oggi, che lo fa, anche per questo, un candidato possibile alla Palma. Voto: 7.
THE WILD GOOSE LAKE di Diao Ynan (Concorso)
– Un uomo in fuga. Braccato. Dalle forze dell’ordine e da una banda di criminali. Ma anche dai suoi stessi amici. Una donna fantasma (la moglie) e una donna che la sostituisce all’inizio del film. In due ore di sangue e pioggia, il regista cinese conferma la sua straordinaria creatività: la messa in scena è stupefacente, il ritmo è forsennato, la trama puntualmente caotica e a tratti inafferrabile. Notturno che più al buio non si può, cromaticamente delirante, figlio di sguardi nobili come Wong Kar-wai, Orson Welles, Antonioni, citazionista senza esibizionismo, ma per affetto, ma capace di rileggere il genere attraverso un pensiero lucido e appassionato (e qui forse già in odor di maniera), ecco un film spiazzante per bellezza, ma che rispetto a “Fuochi d’artificio in pieno giorno” sembra avere meno carica politica (parlare d’altro attraverso il genere, qui sembra un po’ più evanescente) e soprattutto l’insieme sembra non trovare una sua completezza globale, esaltando più che altro la capacità straordinaria di sorprendere a ogni sequenza. Ma anche un film pieno di vita e di amore, di tensione e di rabbia, di fuga e ovviamente di morte. Voto: 7.
LA GOMERA di Corneliu Porumboiu (Concorso)
– L’ispettore di polizia Cristi arriva alla Gomera, isola delle Canarie. I suoi superiori lo controllano perché credono sia corrotto. Deve imparare il linguaggio del Silbo, la lingua fischiata, in modo tale da liberare in Romania un mafioso e recuperare un bottino di milioni di euro.  C’è ancora un “tesoro” insomma. La conferma di uno dei talentuosi regista del sempre sorprendente cinema rumeno, che si inoltra nel noir, rileggendone i codici, i comportamenti, il linguaggio, attraverso la costruzione di sequenze che esprimono soprattutto se stesse, con uno strabiliante uso del sonoro, riflettendo sul cinema e sulla sua finzionalità, sulla funzione dei personaggi e sulla loro rappresentazione, sulla vitalità del cinema e sulla sua morte (il filmmaker che arriva nel momento sbagliato in cerca di una location), nel depistaggio della trama e nei consueti giochi di caustica irriverenza, così cari al regista, che scatenano ilarità e paradossi. Insomma c’è tutto e forse anche di più. Forse troppo teorico per impressionare la giuria. Ma un film che ti prende per mano e ti porta nei sentieri segreti del cinema. Voto: 8.

Domenica 19 Maggio 2019, 19:00
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