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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Lui e Loro: Sorrentino stavolta esplora solo
l'universo di un uomo di potere, non il Potere


Non poteva forse trovare momento migliore Paolo Sorrentino per uscire nelle sale con il suo ultimo film “Loro” dedicato alla figura di Silvio Berlusconi, proprio nei giorni in cui il leader di Forza Italia mostra il più orgoglioso disinteresse nel farsi da parte, nonostante “Lui” sia stato dato politicamente per morto già altre volte e ogni volta puntualmente risorto. Insomma se c’è un’attualità così nevralgica in cui l’egocentrismo incontenibile e risaputo di questo personaggio si espande in modo così categorico è adesso, mentre fonti di Forza Italia segnalano che “Lui” non correrà in sala a vedere il film.
Vale la pena di fare inizialmente una precisazione. Il film di Sorrentino, che Cannes non ha accettato di inserire nel programma del festival in partenza tra due settimane (e vedendolo se ne intuiscono i motivi), esce diviso in due parti: “Loro 1” (in sala da oggi) e “Loro 2” (sugli schermi dal 10 maggio), una scelta discutibile, che già fu pensata per altri registi importanti, da Bertolucci a Tarantino, e che contiene sempre il rischio che al termine del “primo tempo” gli spettatori delusi possano decidere di non pagare un secondo biglietto, visto che dietro a queste operazioni si nasconde anche un significato economico. E quindi tutto ciò che si dirà adesso potrebbe anche non essere confermato in futuro dalla seconda parte.
Non è la prima volta che Sorrentino si misura con figure carismatiche della politica. Come si ricorderà sicuramente “Il divo” (2008) era centrato su Giulio Andreotti, ma dovendo fare i conti con un protagonista misterioso, riservato e mefistofelicamente sfaccettato, il ritratto non si limitava soltanto al paradigma di un’esistenza complessa e controversa: così in quello che a tutt’oggi è probabilmente il suo film più riuscito, il regista napoletano riusciva attraverso l’Uomo di Potere italiano per eccellenza a disegnare una mitologia del Potere stesso, uscendo dagli schermi cronachistici di una politica al dettaglio, configurandone l’essenza più intrigante. In questo stava la forza di un’urgenza anche artistica del film, in una lettura personale che contribuiva a cercare il senso degli ingranaggi del fascino e del successo di Andreotti.
Con Berlusconi tutto questo non è possibile. Per colpa di Berlusconi, ovviamente. Nel senso che, come dice lo stesso Sorrentino, a differenza degli uomini politici del passato, e di Andreotti in particolare che di tutti è il più segreto, Berlusconi è “avvicinabile” e di lui si sa più o meno tutto, nella sua smania di essere al centro della scena (come ormai nella famosa ultima “uscita” al Quirinale, che in realtà sembra essa stessa una scena del film). Felice dunque la scelta iniziale di optare per la identificazione di un “fantasma” (l’entrata in scena di Servillo arriva più o meno dopo un’ora), mostrando i “Loro” del titolo, la corte che gravita attorno al Mito, quelle figurine, che molti riconosceranno con altri nomi, quelli reali, e che si nutrono non tanto del personaggio, quanto della sua idealizzazione.
Siamo a cavallo degli anni 2006-2010, con Berlusconi all’opposizione. E giriamo attorno alla sua quotidianità più effervescente: soldi, ville, donne, Veronica, Sardegna, Milan e canzoni. Solo che all’entrata in campo di “Lui” (travestito da odalisca), il film esplode nella sua dinamica più semplice, facile, meno immaginifica e surreale, esaurendo in breve tempo tutto quello che sembrava volesse dire. Sorrentino non esce dalle sue ossessioni di rappresentare gli istinti più evidenti del “Caimano”, senza avere l’indignazione di un Nanni Moretti, che era più drastico, cattivo e diretto;  con il fedele Umberto Contarello alla sceneggiatura si destreggia tra ulteriori rappresentazioni di terrazze romane, ma senza avere come nella “Grande bellezza” il mito millenario di una Roma da esplorare ma più umilmente soltanto un uomo politico, tra maschere e festini, falsa grandezza e misera trivialità umana, un uomo che ruba le battute anche a un umile giovane calciatore e si diverte a sentirsi grande. Certo si ride con battute gustose, perché di commedia si tratta, e alcune uscite (come quella di Fabio Concato) sono geniali, ma il film si incaglia come in una sorta di Bagaglino d’autore, senza trovare la forza di una significativa ragione esplorativa e artistica.
Il racconto amorale della decadenza dell’Italia d’oggi si staglia tra pecore e toreri (per Sorrentino tale è Berlusconi), cocaina e quiz di Mike Bongiorno, gambe femminili aperte e servetti, in una sarabanda che forse non va oltre a ciò che già mostra. Magari la seconda parte chiarirà meglio. Intanto, tra tutto documentato e tutto arbitrario, Toni Servillo sfodera l’aspetto più caricaturale di Silvio, Elena Sofia Ricci regala acidità a Veronica; in mezzo si agitano Scamarcio, Bentivoglio, la Smutniak e un mondo che Sorrentino vorrebbe denigrare, mostrandone tuttavia anche il suo impressionante, irresistibile fascino malsano.
Stelle: 2½
 

Lunedì 23 Aprile 2018, 23:48
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