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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

La mia vita con John F. Donovan:
il triplo specchio di Dolan è sempre più opaco


Da bambino Rupert Turner, oggi giovane attore, iniziò una singolare corrispondenza epistolare, inizialmente segreta, con il divo della tv John F. Donovan, morto probabilmente suicida all’età di 30 anni, prima che i due potessero anche conoscersi di persona, segnale di un’ossessione che lo perseguiterà non solo durante l’infanzia. Ora, a dieci anni dalla scomparsa della star, Rupert racconta quella lunga, particolare “amicizia” in un’intervista a una giornalista, come un’avventura unica e straordinaria.
Il film più tormentato della già lunga carriera del giovane regista talentuoso del Québec, Xavier Dolan, che a 19 anni aveva subito sorpreso il mondo con il suo esordio “J’ai tuè ma mère”, è anche quello più incagliato in un percorso accidentato, confuso, ansioso e purtroppo per niente accattivante, come se le vite parallele dei due protagonisti ci lasciassero abbastanza indifferenti. A nove mesi dal suo passaggio a Toronto, dove arrivò dopo diversi turbamenti produttivi e finì stritolato da critiche pesanti, “La mia vita con John F. Donovan” (dal titolo originale è sparita la parola “morte”… mah) evidenzia l’incapacità di Dolan di uscire da un cul de sac artistico, specialmente dopo il precedente “È solo la fine del mondo”, asserragliato com’è nel proprio mondo e nelle proprie fissazioni, che vanno da una madre sempre invadente e conflittuale, fino alla problematica omosessuale. Nella labirintica ricostruzione di un rapporto a suo modo sconcertante tra il fan e il divo, Dolan sciupa tutto, maneggiando maldestramente un melodramma a distanza e tornando sempre a un egocentrismo smisurato (si pensi anche al successivo “Matthias & Maxime”, visto a maggio a Cannes, comunque meglio), perché oltre alle vite parallele sullo schermo, scorre, in un triplice specchio esistenziale, anche la sua, visto che da bambino mandava lettere a Leonardo DiCaprio.
Sorretto da un cast stellare, dal Kit Harington-Jon Snow a Natalie Portman, Susan Sarandon e Kathy Bates, nel groviglio tra idolatria e sessualità repressa manca soprattutto una cosa, la più paradossale: l’ossessione. Voto: 4,5.

Venerdì 28 Giugno 2019, 00:03
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