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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

La vita (e il film) invisibile di Euridice Gusmão
Vox lux, il furore anestetico dello showbiz



LA VITA INVISIBILE DI EURIDICE GUSMÃO - Ci sono film che lasciano un segnale fortissimo appena terminati. “La vita invisibile di Euridice Gusmão” del brasiliano Karim Aïnouz è uno di questi. Traendolo dal romanzo di Martha Batalha, il regista racconta, nella dolorosa rappresentazione del melodramma, la storia di due sorelle separate per malvagità familiare, dove ognuna crede l’altra vivere appagata la propria esistenza. L’una ribelle, prima in fuga e poi cacciata di casa dal padre-padrone, la seconda mestamente rinunciataria per il bene della famiglia, diventando moglie ossequiosa e non pianista di successo. Entrambe sono vittime di un maschilismo crudele e ottuso, colpevole di umiliare i sentimenti e gli slanci. La loro speranza di ritrovarsi un giorno, demandata a una relazione epistolare che non vedrà mai recapito, finirà nella malinconica rassegnazione al Fato, che farà beffardamente sfiorare tale incontro a loro insaputa, destinandole a una solitudine obbligata, ben riassunta nella scena iniziale e ovviamente in quella finale, quando il melò si stempera nella saudade inconsolabile. Vincitore di Un certain regard all’ultimo festival di Cannes. Purtroppo oltre alla vita, anche il film di Euridice Gusmão è piuttosto invisibile, perché la distribuzione italiana non permette troppo a questi film di avere la visibilità che meriterebbero. Voto: 8.


VOX LUX - Con “L’infanzia di un capo”, presentato in Orizzonti alla Mostra 2015 e tratto da Jean-Paul Sartre, l’allora esordiente regista statunitense Brady Corbet, raccontava, attraverso un romanzo di formazione, la “costruzione” di un dittatore, partendo dall’infanzia difficile di un bambino apparentemente docile e buono. Tre anni dopo, sempre a Venezia, ma stavolta in concorso, il regista firmava uno dei film più divisivi di quell’edizione, ma anche più spiazzanti, che con un anno di ritardo trova adesso la via anche dell’uscita in sala.
Apparentemente distanti, i due film hanno invece diversi punti in comune. “Vox lux” racconta come la giovane studentessa Celeste (Natalie Portman), scampata miracolosamente, pur ferita, all’ennesima strage scolastica americana e dotata di una voce non comune, per superare il trauma intraprenda una carriera di cantante, fino a diventare un idolo pop. Un’altra “costruzione” quindi di una persona capace di catturare le folle.
Corbet riflette sulla costruzione del Mito e su tutto quanto ormai sia spettacolo, in modo sempre più disperato e doloroso, e come il singolo e un l’America intera (entrambi feriti al cuore, la vicenda si svolge negli anni dell’11 settembre) stordiscano le proprie tragedie con il furore anestetico dello show.
Il regista affronta i nuovi modelli culturali in modo spiccatamente esuberante (il finale insistito oltre una durata sostenibile, il maledettismo della popstar, il rapporto conflittuale con l’amata sorella e la figlia) e provocatorio (i titoli di coda mandati a inizio film), tanto da indurre a una sensazione di furbizia estetica calcolata (montaggi rapidi, piani-sequenza, ritmo frastornante).
Celeste, questo il nome della ragazzina che diventa idolo per le nuove generazioni, è dunque l’immagine di un vuoto, dove l’innocenza, come ai tempi de “L’infanzia”, si sfalda ben presto a contatto con la realtà e la società, al pari di una nazione ferita e di una moralità devastata. Eccessivo, spavaldamente pop, lucido e inarrestabile, è un cinema vivo, che parla della contemporaneità e proprio per questo destinato a battaglie sul giudizio.  Voto: 7.

MADEMOISELLE - Nella Corea anni ’30 una benestante giapponese (siamo in piena occupazione nipponica) assume una nuova governante, che però è la chiave di entrata di un uomo d’affari che vorrebbe sposare la ricca signora per ereditarne la fortuna. Ma c’è anche un vecchio zio che ha un’altra idea. Elegante, barocco e soprattutto estenuante melò di Park, lontano dalla feroce trilogia della vendetta e qui abbandonato a una ricerca formale spesso sbalorditiva, grondante manierismo. La prima parte è davvero bella e avvincente, ma lo snodo narrativo che la chiude apre un percorso tortuoso, dove spiccano alcune scene saffiche. Tre anni fa in Concorso a Cannes.  Voto: 6.

 
 

Giovedì 12 Settembre 2019, 22:21
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