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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

La rotativa delle meraviglie: Spielberg, Hanks
e Meryl Streep nei giorni infuocati del Post



Il rapporto tra cinema e giornalismo è sempre stato intriso di sguardi contraddittori, alcuni pronti a esaltarne le qualità di coraggio e abilità investigativa, di impegno civile e rischio per la propria incolumità; altri al contrario solerti a rappresentarne le derive più ciniche e spregiudicate: nella loro popolarità emblematica, dei primi si è soliti indicare soprattutto “Tutti gli uomini del presidente”, dei secondi prevale “L’asso nella manica”. Ma entrambi gli elenchi sarebbero lunghi.
Da sempre orgoglioso cantore, non solo nei suoi celeberrimi percorsi “fantastici”, di un cinema collegato a un impegno politico sul senso di giustizia che metta al centro l’umanità dei più deboli, a tratti sfociante in una perdonabile retorica, Steven Spielberg con “The post” fa emergere, con una regia di classe cristallina e un’eleganza imbattibile, i giorni incandescenti che precedettero la pubblicazione da parte del prestigioso Washington Post dei compromettenti dossier sull’inutilità della guerra nel Vietnam e sull’inevitabile sconfitta del Paese, coperta nel giro di vent’anni da ogni presidente degli Stati Uniti dell’epoca. Tali segreti governativi furono svelati in primis dal New York Times, che però si fermò dopo il primo assalto-minaccia del Potere, grazie alla fuga di notizie da parte dell’analista militare Daniel Ellsberg dell’indagine interna commissionata dal segretario della Difesa, Bob McNamara.
Il Washington Post (siamo a metà 1971) allora era per la prima volta guidato editorialmente da una donna, Katharine Graham, che aveva ereditato la scomoda poltrona, già di suo padre, dal marito suicida. In un mondo dominato da maschi (si vedano i due brillanti piani-sequenza in cui Meryl Streep si fa audacemente strada soffocata dai consiglieri d’amministrazione, politici e giornalisti), l’editrice supererà ogni imbarazzo e incertezza, dimostrandosi tenace e cocciuta in un ruolo che intende fieramente onorare. Al suo fianco spicca la devozione del direttore Ben Bradlee (Tom Hanks) per un mestiere che rifiuta ogni soffocamento e intende salvare la propria libertà di informazione, ricorrendo a qualsiasi mezzo.
La vicenda dei cosiddetti “Pentagon Papers” si sviluppa quindi dentro le stanze privilegiate di un giornale, che Spielberg ispeziona con soffici carrelli e un’immersione totale: è sbalorditiva la sua capacità di rappresentare la dinamica inarrestabile della vita e della passione di una redazione che sa di essere a contatto con la Storia. Grande cinema, ma anche grande giornalismo, che oggi, soprattutto in Italia, è un nostalgico ricordo. Se Meryl Streep e Tom Hanks giganteggiano in una recitazione che non sbaglia un sospiro, Spielberg, non senza averci ricordato come spesso comunque il mondo dell’informazione viva costantemente in stretto rapporto con il Potere anche a livello di amicizie personali, chiude  beffardamente sulla voce inviperita del presidente Nixon che vorrebbe vendicarsi sul giornale, ma finirà a breve dentro lo scandalo Watergate: la sua disfatta.
Stelle: 4


SONO TORNATO: IL DUCE E L'ITALIA DI OGGI - In piena, infuocata campagna elettorale e nel vortice di continui segnali preoccupanti in giro per l’Italia e per l’Europa, esce una commedia grottesca, remake sulle orme di un film analogo sugli schermi tedeschi, che ipotizza l’improvviso ritorno pubblico di Mussolini, che si deve confrontare con una nuova realtà, completamente diversa dalla sua. “Sono tornato” (che in Germania, nel 2015, si chiamava “Lui è tornato” e ovviamente si riferiva a Hitler) è firmato da Luca Miniero, regista di risibili commedie che hanno tuttavia incantato parecchio pubblico, come “Benvenuti al Sud” e il successivo “Benvenuti al Nord”, di ulteriore clonazione europea.
Qui il tentativo è ovviamente più ambizioso e, al di là dello scompenso temporale che vorrebbe già garantire di per sé esilaranti situazioni divertenti e in realtà lo sono assai poco, mira a sbeffeggiare anche tutto un armamentario mediatico, che poggia sulla incapacità di distinguere il reale dalla finzione (il canale televisivo che vive solo di share), registrando la reazione di un popolo che si ritrova sorprendentemente un personaggio storico ingombrante, in verità creduto soltanto un ottimo attore che agita una maschera, qual è in realtà il notevole Massimo Popolizio, unico corto circuito davvero significativo del film.
Sul filo sconnesso della memoria, la caratterizzazione dei vari protagonisti, a cominciare dal “regista” Frank Matano fino alla direttrice Stefania Rocca (davvero insulsa la sua adesione al credo del Duce), si affloscia in una costante deriva situazionistica, senza che nessuno (responsabili tv, intervistati, pubblico del talk show) diventi il cardine di una più complessa lettura critica dell’attuale società italiana.
Complessivamente ambiguo, tanto da rendere quasi simpatico Mussolini, il film conferma le attitudini di Miniero a servirsi di tutti i luoghi comuni più consumati per attingere a una comicità semplicista e ruffiana, dove il grottesco si stempera nella bonarietà e la cattiveria resta fuori campo. “Sono tornato” in definitiva rischia di fiancheggiare ciò che vorrebbe deridere, dal Duce all’Italia di oggi. 
Stelle: 1½


PARADISE: A PORTE CHIUSE - Il russo Andrei Koncialovsky con “Paradise” ci conduce ancora nell’inferno dell’Olocausto, condensandolo in tre storie (un collaborazionista francese, un’aristocratica russa, un ufficiale tedesco), che si intrecciano nel momento prossimo della caduta del nazismo. I tre personaggi raccontano la loro vita (a chi, è presto intuibile) con abiti miseri, in un’assonanza quasi dreyerana. Se l’estetica del film lascia il segno, qualche perplessità la desta la scelta partigiana della loro sorte che privilegia una superiorità intellettuale e un’adesione “aristocratica” che sembra guardare benevolmente al regime putiniano di oggi. Film comunque forte, con un finale assai brutto. 
Stelle: 2½
 

 
 

Venerdì 2 Febbraio 2018, 00:22
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