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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Joker, se il clown perde la sua innocenza
La struggente Marghera di Segre


“Joker” più che un anomalo cinecomic è un noir disperato che sprofonda nella psiche umana. Come tante figure che incarnano il Male, ha avuto un’infanzia difficile, senza padre, con una madre che forse era meglio non avere e oggi, adulto, oltre a essere deriso da tutti, ha gravi problemi di tenuta psichica, che lo portano a ridere sguaiatamente, come una malattia. Fa il clown per campare, vorrebbe essere un comico di successo, si chiama Arthur Fleck e in definitiva cerca solo un po’ di affetto e di amore, ogni tanto sognando situazioni più felici. Ma oltre a essere deriso, finisce spesso bastonato brutalmente. Gotham City lo espelle continuamente e quando la goccia fa traboccare il vaso, in metropolitana, scopre la sua anima vendicativa, brutale e assassina.
Dopo le improvvise e un po' insopportabili polemiche negli States per la violenza espressa (ma farebbero meglio a porsi altre domande...), che gli hanno praticamente azzerato le possibilità di gareggiare agli Oscar, esce nelle sale questo film d’azione introspettiva su un villain dei fumetti, ma rilanciato da uno sguardo che ne esclude quasi l’appartenenza a quel mondo, come se Todd Phillips, fin qui regista di commedie, inaspettatamente si fosse lanciato a fare un’opera diversa, sia per lui che per il personaggio. Lo sforzo ha prodotto il risultato più sorprendente, non solo per il film in sé, ma per il trionfo veneziano, dove, inserito in Concorso, ha convinto la giuria ad assegnargli addirittura il Leone d’oro, premio forse eccessivo, ma sintomatico, nel tentativo di esplorare uno spazio collaudato e sostanzialmente chiuso in modo singolare. Certo non nuovo, ma comunque intrigante.
Se si accetta, infatti, l’ennesima genesi tormentata, che sembra necessaria per diventare un Grande Cattivo, e se si sorvola su qualche evidente futilità, come spiegare alcune illusioni vissute dal protagonista, Todd Phillips opta per una regia muscolare, vertiginosa, efficacemente esplosiva, tracciando attraverso richiami anche ostentati (il più evidente è ovviamente “Taxi Driver”, e non a caso ecco la presenza di De Niro, come una specie di David Letterman; e a ruota "Re per una notte"), una discesa agli inferi di un personaggio che abbraccia il Male, perché spinto dalla società.
Di più: Phillips ne fa quasi un’icona rivoluzionaria, un trascinatore di folle, accendendo nel finale la rivolta in strada, con la gente inferocita e mascherata da pagliaccio, in una flagrante declinazione politica, che a qualcuno può sembrare azzardata, ma che mantiene un certo fascino. Un discorso a parte merita Joaquin Phoenix, maschera quasi obbligatoria di Joker, che usa la mimica del corpo come elemento cangiante dello stato d’animo, in una performance strabiliante, anche là dove si annida il manierismo (che emerge soprattutto in alcune esagerazioni), costruendo una monumentale figura diabolica, che attraversa il film con la sua presenza tellurica, fino a uno svelamento impensato di fronte all’agnizione di Batman. Perché poi alla fine si torna sempre nel proprio mondo. Voto: 7,5.

IL PIANETA IN MARE: MARGHERA E IL SUO PETROLCHIMICO - La storia di Marghera, del suo Petrolchimico, della gente che l’ha visto nascere, crescere e un po’ morire. Il padovano Andrea Segre rilegge, forse nel suo lavoro migliore di sempre, la storia di questo mondo operaio, oggi meno combattivo e molto più multietnico, dall'Italia del boom economico a quella della recessione, in tutta la sua mitologia, politica e ideologica, dentro al simulacro che è diventata la fabbrica, forse mai osservata così nel suo cuore. Tra materiali di repertorio ed esplorazioni recenti, scritto assieme al veneziano Gianfranco Bettin, il documentario esplora il cambiamento radicale di un'era, di un’area e di una popolazione, intingendolo in una soffusa malinconia del passato e nella incertezza dell’oggi, dove si sopravvive al ritmo triste del karaoke. Bellissima la sequenza iniziale, con una danza di gondola nel canale davanti alla silhouette delle fabbriche in lontananza; e simbolica la chiusura, con “E dimmi che non vuoi morire” nel karaoke più struggente: la cambio io la vita che… Voto: 7.
IL SINDACO, EDUARDO E IL CINEMA-TEATRO DI MARTONE -  
Partendo dal testo teatrale omonimo di Eduardo, aggiornandolo ai giorni nostri, Martone in scena il suo cinema migliore: quello ibridato assieme al teatro, che è l’altro suo palcoscenico nevralgico. Scomponendo il film in tre parti (come gli atti della commedia), si ricostruisce un microcosmo della malavita, dove l’ambiguità è più forte della ferocia e le responsabilità individuali sono decisive, come nel rapporto padre-figlio, già presente nella. Il “sindaco” è un boss dei giorni nostri, tuttavia lontano da cliché gomorristici, dove la criminalità ha codici e sentimenti, che oggi sembrano dispersi. Ma l’operazione è intrigante e gli attori straordinari. Voto: 6,5.
 

Giovedì 3 Ottobre 2019, 18:59
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