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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Jack, il serial killer finisce all'Inferno
Ossessioni e provocazioni di Lars von Trier


C’è un elemento emozionale aggiuntivo rispetto al passaggio al festival di Cannes dell’ultimo film di Lars von Trier, che scatenò inevitabilmente sulla Croisette (pronta a riabbracciarlo, dopo averlo bandito a lungo per le esternazioni sul nazismo) il consueto, tumultuoso confronto, quasi una rissa, tra fan e detrattori, con innegabile soddisfazione del regista danese. L’elemento è costituito dalla presenza di Bruno Ganz, il Virgilio della situazione, in questa orrida, disperata discesa agli inferi di un serial-killer: e quindi la sua entrata in scena quasi alla fine del film (prima c’è solo la voce fuori campo, che dialoga, come coscienza, col protagonista) provoca una forte commozione per questo straordinario attore svizzero, scomparso da pochissimo.
Di certo “La casa di Jack” non gode della stessa empatia. Lars von Trier, il regista attuale più divisivo, arriva ora sugli schermi italiani con la sua ennesima provocazione intellettuale sul tema della violenza e del desiderio di uccidere attraverso un’opera che ripete, stancamente ormai, le sue ossessioni, dove il suo cinema è diventato da tempo una personale seduta di autoanalisi, affrontata dal regista in modo punitivo verso lo spettatore, trattato da lui come Jack, il serial-killer del film, si comporta con le proprie vittime.
Racchiusa in una ormai compiaciuta architettura pindarica, piena di colte digressioni dall’arte alla produzione del Sauternes, corredata da inserti al piano di Glenn Gould e da amenità varie, in cui la saccenteria del regista danese trova orgogliosa dimostrazione, è la storia di Jack, che si diverte, non senza una mirabile tortura psicologica e grottesca, ad ammazzare e fare a pezzi le sue vittime. Se sulla sua misoginia molti hanno sorprendentemente dei dubbi (però anche qui tutte le vittime iniziali sono donne piuttosto stupide, prima che il conteggio assuma numeri vertiginosi), von Trier mostra un disprezzo assoluto per le vittime, i cui corpi (compresi quelli di bambini, nelle scene che più scateneranno reazioni altrettanto violente e polemiche) sono soggetti al macello perversamente divertito del protagonista.
E se tra le fiamme dell’Inferno spunta alla fine beffardamente “Hit the road Jack”, von Trier compie il definitivo gesto dispettoso e arrogante verso i suoi denigratori: mi dipingete come un mostro e io allora giro un film “mostruoso” su un mostro, in questo sovrapponendosi di fatto al protagonista. In un film dalla maldestra doppia uscita italiana (integrale e censurata, entrambe comunque vietate ai minori di 18 anni), Matt Dillon dà luce luciferina al suo Jack; e se certamente il talento di von Trier affiora ancora una volta, questo non fa che consolidare il rimpianto per un regista cocciutamente irritante, schiavo delle sue paranoie, in realtà più noiose che disgustose.
Stelle: 2

DOMANI È UN ALTRO GIORNO, PURTROPPO NON UN ALTRO FILM
- In questo tripudio continuo di remake, di cinema fotocopiato, di film che si guardano allo specchio e riflettono sempre e solo se stessi ( in questo periodo c’è una mini-invasione sugli schermi), ecco arrivare questo “buddy movie”, questa storia malinconica e crepuscolare di due amici che si ritrovano dopo tanto tempo, quando uno dei due scopre di essere malato terminale con poco da vivere e l’altro, nel frattempo emigrato in Canada, torna a Roma per vivere insieme 4 giorni, in cui ripassare di memoria in memoria la loro vita assieme.
“Domani è un altro giorno” riprende, con minimi aggiornamenti e ritocchi, soprattutto geografici, il titolo firmato da Cesc Gay “Truman – Un vero amico è per sempre” (2015), che tanto successo ebbe in Spagna e meno da noi. Non siamo più a Madrid, ma a Roma (mentre la visita del figlio si sposta da Amsterdam a Barcellona, per tenere un fil rouge più preciso con l’originale): Tommaso (un Valerio Mastandrea ormai prigioniero da tempo di un ruolo che si ricicla infinitamente, con quell’aria perennemente afflitta) ha paura di volare, ma si sforza e intraprende il lungo viaggio per salutare l’amico ammalato; Giuliano (un Marco Giallini provato sul volto dal dolore e dalla fatica) è più estroverso, ama godersi la vita, è un attore di teatro, ma ha le ore contate, come gli dice l’amico medico a inizio film; e poi c’è Pato, il cane, che nell’originale stava nel titolo (appunto Truman) e qui invece finisce ai lati della storia, pur rimanendo alla fine il vero trait d’union tra i due amici, come scopriamo nella scena d’addio all’aeroporto.
Scritto da Giacomo Ciarrapico e Luca Venduscolo e diretto da Simone Spada, qui al suo secondo lavoro dopo “Hotel Gagarin”, il film si snoda attraverso un percorso codificato da siparietti (gli incontri con figli, ex mogli, altri amici, colleghi eccetera) che riservano ben poche sorprese, aggiustando l’intensità del racconto grazie ai due interpreti, che tuttavia risultano più monotonici rispetto alla coppia originale. Un film sincero ma anche debole, che si chiude sulle note della celebre canzone di Ornella Vanoni, qui purtroppo nella versione incolore di Noemi.
Stelle: 2
 

Venerdì 1 Marzo 2019, 00:15
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