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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Il gioco di Molly, il doppio gioco di Ozon
ma la vittoria è della Isabelle di Claire Denis


Tra gli sceneggiatori più influenti dell’ultimo decennio, tra l’altro capace di cogliere tutte le contraddizioni esistenziali di una umanità sempre più accerchiata dalle tecnologie, Aaron Sorkin, newyorkese oggi ultracinquantenne che ha firmato tra gli altri gli script appunto di “The social network” e “Steve Jobs”, esordisce alla regia con un ipertrofico, ansioso, sincopato racconto concentrato sulla figura di Molly Bloom, che abbandonata una promettente carriera sciistica per un inaspettato incidente, si è rifatta una notorietà come organizzatrice di poker clandestino, prima di essere arrestata dall’Fbi.
Al pari di Mark Zuckerberg (per il film di David Fincher) e mr. Apple (per quello di Danny Boyle), Sorkin dunque mira al ritratto personale per espandere la narrazione in un contesto più generale, intersecando le aspirazioni, i desideri e le controverse applicazioni di un’idea di società in continua evoluzione. “Molly’s game” è dunque lo specchio di una realtà altrettante parallela come quelle del web, in quanto clandestina, dove i protagonisti vivono nell’ombra le loro passioni, spesso pericolose e malsane. Al tavolo di Molly, a un gioco che muove centinaia di milioni di dollari, si siedono in tanti: sportivi, politici, uomini dello spettacolo, magnate, ovviamente mafiosi. Anziché portare a casa una medaglia dalle Olimpiadi, Molly alla fine intasca molto più felicemente milioni di dollari l’anno, fino al crollo dell’impero, che si è retto per quasi una decina d’anni.
Sorkin decide di prendere per asfissia lo spettatore. Lo inonda di parole, usando un montaggio adrenalinico, continuamente spiazzante, dentro il quale si muovono brevi sequenze nelle quali accadono sempre troppe cose, ci sono sempre troppi dialoghi, in modo tale che questo tourbillon produca un effetto stordente, appariscente, vertiginoso. L’aria è quella tendezialmente scorsesiana e non solo per l’ovvio casinò personale edificato da Molly, che costruisce un impero economico come un castello in aria pronto a crollare. E quando crolla l’astuta, battagliera donna (una Jessica Chastain al solito convincente) si affida a un avvocato (Idris Elba) dapprima incerto se accettare (d’altronde la situazione non è semplice da gestire) e poi capace di capire e svelare lati psicologici significativi della sua cliente dal tormentato rapporto con il padre (Kevin Costner), protagonista nel finale della scena più dolente e malinconica di tutto il film, dopo tanto trambusto.
Tratto dall’omonimo libro autobiografico del 2014, “Molly’s game” è un altro tassello di un sogno americano fasullo che si infrange prima sulle piste innevate e poi sui tavoli da poker, dove ogni gesto porta con sé l’azzardo di una vita di successo per una medaglia alle Olimpiadi, per una bisca che svuoti il portafoglio di ricchi incoscienti, dove alla fine contano forse solo le lacrime di un genitore.
Stelle: 2½


DOPPIO AMORE: FANTASMI ALLO SPECCHIO - Versatile e altalenante, François Ozon, regista francese che ha da poco superato il mezzo secolo, ha tracciato un’identità comunque identificabile, con una indiscussa capacità di narrare i comportamenti umani posti di fronte a situazioni inattese, spesso inafferrabili, tra la compiutezza di un reale che si sfaccetta spesso nel mistero e un’attrazione fenomenale per gli opposti, non solo per la evidente aderenza al mondo gay, dal quale tuttavia, specie dopo gli ardori iniziali, ha saputo spesso sottrarsi con eleganza.
Stavolta con “Doppio amore” racconta Chloé (Marine Vacth), una giovane ragazza problematica, che un giorno si reca da uno psicanalista (Jérémie Renier) per risolvere i problemi che le provocano un continuo disturbo allo stomaco. In realtà la seduta anziché sgombrare il campo dalle nuvole esistenziali, complica ancora di più la faccenda, perché l’analista si innamora di lei. I due vanno a convivere, ma pian piano Chloé scopre che Paul ha troppi misteri, a cominciare da un gemello, che fa curiosamente lo stesso mestiere. Giocando su schemi tipici da thriller, il film si incatena presto a una dialettica speculare, dove la doppiezza crea curiosità iniziale, sbandamento successivo e paura finale, in un gioco ultracitazionista che rischia tuttavia di rendere meno efficace l’intera vicenda, in un’ostinazione celebrativa di sé e del cinema altrui.
Traendolo da un romanzo di Joyce Carol Oates, Ozon dirige comunque un film bizzarro, coraggioso, che non teme il ridicolo, verso il quale a volte scivola consapevolmente, e affronta, a volte anche con inserti spiazzanti e trash (parti anatomiche in primo piano, dettagli horror, sguardi dentro il corpo…, un paio di sequenze erotiche), il tema del doppio, come nevralgica rappresentazione delle relazioni umane. Certo quando la soglia dell’esagerazione tocca il livello di guardia non è Cronenberg e nemmeno Verhoeven (forse i due autori a cui maggiormente si ispira), ma alla fine il suo film è stato tra i più divertenti dell’ultimo concorso cannense e certo il finale, magari non così stupefacente come sembrerebbe, dà comunque una svolta che non lascia indifferenti.
Stelle: 2½



L'AMORE SECONDO ISABELLE: UN BEL SOLE INTERIORE - Una donna parigina (Juliette Binoche) divide il proprio corpo con diversi partner, cercando una ragione alla propria esistenza. Claire Denis, regista di incantevole bravura, firma un film sfaccettato, dove il depistaggio dei corpi e dei sentimenti regge, con la consueta grazia intellettuale, l’ennesimo scandaglio sul comportamento di una umanità, partendo dal Roland Barthes di “Frammenti di un discorso amoroso”. Tra queste schegge narrative, quadri di vita inafferrabile, arriva il colpo di coda finale con l’ingresso di Gerard Depardieu, in un monologo da millantatore di oroscopi; e un’apparizione di Valeria Bruni Tedeschi, che lascia il segno. Titolo italiano da dimenticare.
Stelle:  3½

Giovedì 19 Aprile 2018, 23:52
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