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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Il colpevole, implacabile thriller "fuori campo"
Anna e Gloria, due donne senza ormeggi


L’agente di polizia Asger Holm, che vive a Copenaghen, è in attesa del processo che si svolgerà tra poche ore: dovrà rispondere di omicidio durante lo svolgimento delle sue mansioni e la sua discolpa, alimentata da un testimone collega-amico, si fonda sulla legittima difesa. Ma sapremo presto si tratti di una menzogna. In attesa del verdetto, l’agente è da tempo dirottato negli uffici del Servizio di emergenza, che riceve quotidianamente chiamate di aiuto. E il processo dovrà anche decidere se potrà tornare in strada. Tra le tante telefonate di una serata “normale”, arriva la richiesta di aiuto da parte di una donna che si dice rapita dal marito. La coppia separata, che ha due figli rimasti nella casa materna, sembra in fuga verso il Nord della Danimarca. L’agente Holm coordina con febbrile dinamicità le operazioni di soccorso, cercando di individuare l’auto e la zona in cui i due sembrano dirigersi.
Il giovane regista danese Gustav Möller firma un ansioso e claustrofobico kammerspiel, molto scritto (la parola sostituisce l’azione, solo narrata attraverso le voci, durante le telefonate), ma capace di distillare autentica angoscia, anche attraverso spiazzanti ribaltamenti di prospettiva, che lo portano a essere un film sull’inganno, sulla menzogna e ovviamente sul senso di colpa (l’agente, come detto, è tutt’altro innocente). Chiaramente debitore di altri precedenti lavori, da “In linea con l’assassino” a soprattutto “Locke”, il thriller di Möller radicalizza la forza decisiva del “fuori campo”, ponendo anche l’unico protagonista nell’impossibilità di agire e di immaginare egli stesso una storia, di cui conoscerà la verità un po’ alla volta.
Giocando con talento sui concetti di tempo (bisogna far presto per salvare la donna rapita) e soprattutto di spazio (la regia è altrettanto prigioniera in quella unica stanza, obbligata a muoversi in pochi metri), “Il colpevole” è una raffinata e teorica rappresentazione sull’apparenza, alla quale dà fondamentale contribuito la notevole prova di Jakob Cedergren, che sa trasmettere l’inquietudine e il desiderio di riscatto del suo personaggio.
Stelle: 4

I VILLEGGIANTI - “I villeggianti”, ultimo invariabile film di Valeria Bruni Tedeschi è esattamente come uno se lo aspetta: e non è un pregio. Siamo in Costa Azzurra, dove in una magnifica villa, Anna (la stessa regista che fa la regista) affronta la rottura sentimentale con Luca (Scamarcio) assieme ai villeggianti che popolano la casa. Un continuo, disordinato e futile chiacchiericcio, dove la regista propone il suo consueto personaggio sciroccato (al pari dei borghesi presenti), in un cinema ombelicale ormai stracco. Si salva il momento surreale in cui la regista chiede a Frederick Wiseman, membro di una “film commission”, un finanziamento spiegando il film che vorrebbe fare.
Stelle: 1½

GLORIA BELL - Con un divorzio alle spalle, due figli ormai grandi e un'età che tocca i 60 anni, Gloria sfoga la sua solitudine nel ballo. Una sera incontra Arnold e crede di ritrovare la linfa per ricominciare, ma l'uomo si dimostra inadatto a dar vita alle sue speranze. Così Gloria si ritrova di nuovo sola. E balla. Il cileno Sebastián Lelio gira un auto-remake di un suo notevole film del 2013, ma stavolta lontano dal cilma del suo Paese non trova la stessa intensità, costringendo la storia dentro i limiti più soffusi di un'opera che sente il bisogno di trovare un pubblico più numeroso. Ma è un problema di sguardo, di ruvidità della messa in scena e soprattutto di corpi. E Julianne Moore con John Turturro non riescono mai a creare l'emozione necessaria, per vite così disperate. E anche se la storia, specie per chi non ha visto l'originale, resta una bella storia, il film è debole e sostanzialmente inutile.
Stelle: 2

Giovedì 7 Marzo 2019, 23:53
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