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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Elton, Rocketman e il nuovo cinema karaoke
Selfie, lo smartphone e la realtà napoletana


Elton John, straordinaria icona pop, è “Rocketman” (titolo di una delle sue canzoni più famose e felici), in questo caleidoscopico biopic firmato da Dexter Fletcher, già regista non accredito di “Bohemian rapsody”, e che del film su Freddie Mercury, dagli incassi strabilianti e sorprendenti, nonostante la mediocrità dell’opera, riprende stile e canovaccio. Certo rispetto alla narrazione del mito Queen, “Rocketman” è più compatto, entra un po’ più significativamente sul tema dell’omosessualità (e per questo ci sono state polemiche su un possibile divieto), cattura l’attimo fuggente della creazione artistica, è più musical e più accattivante. Ma è anche volutamente un film patacca, ruffianissimo all’ennesima potenza, che mostra luccicanze e ombre di un’artista, colto dall’infanzia all’oggi, attraverso una lettura aerea della propria vita, sempre a distanza spettacolare, perfino ridondante nei suoi eccessi comportamentali. Si ritaglia però, grazie alla carrellata di celebri canzoni, momenti anche toccanti, pur se facili (chi non piange ascoltando almeno “Your song”?), come quelle foto che chiudono il film, in cui Reginald Dwight (questo il vero nome di Elton) è assieme al marito e ai due figli, dopo le tribolazioni di una storia consumata tra dischi di platino, alcol, droga e altro, oltre la strada dorata del successo, per ricordare un altro dei suo grandi successi (“Goodbye yellow brick road”), scritta con l’immancabile paroliere Bernie Taupin, amico vero di una vita (un altrettanto credibile Jamie Bell), che diventa il richiamo musicale più evidente di tutto il film.
Molto della riuscita di “Rocketman” va indubbiamente a Taron Egerton, che fa del suo Elton una miscela esplosiva di dramma e commedia, musica e lacrime, genio e dissolutezza, capace di imporsi sulla scena come un animale da palcoscenico, fin dalle prime sorprendenti performance con il pianoforte di casa, quando il padre non era proprio la persona ideale per invogliarlo a diventare una star, per finire poi nei teatri e negli stadi con tutto il suo guardaroba ineguagliabile di caricature parodistiche, fino alle rappresentazioni più spavaldamente queer. Un personaggio spavaldo e contemporaneamente malinconico e timoroso, come in quella struggente telefonata alla madre, in cui finalmente riesce a confessare l’attrazione per gli uomini, scoprendo che forse lei ci era già arrivata da tempo. Un po’ diavolo e un po’ angelo insomma, come si presenta, nell’immancabile costume appariscente, a inizio film, a quel gruppo di “riabilitazione”, dove inizia a raccontare il suo passato e i suoi problemi.
Piacerà probabilmente a molti, perché andranno al cinema a cantare le canzoni, come succedeva con i Queen. D’altronde il cinema sembra il nuovo luogo deputato al karaoke. Voto: 5,5.


SELFIE - Nel 2014 il giovane Davide Bifolco, un 16enne incensurato del Rione Traiano a Napoli viaggia assieme ad altri due amici su uno scooter, che non si ferma a un controllo, probabilmente per evitare una multa. Scambiato per un latitante, Davide viene colpito dalle forze dell’ordine e muore.
Agostino Ferrente porta il suo sguardo dentro il quartiere-scenario e affida, attraverso il dispositivo del selfie, il racconto della vita quotidiana, soprattutto adolescenziale, attraverso le esperienze di Alessandro e Pietro, due amici per la pelle, che portano letteralmente in giro lo spettatore per la zona. La lettura teorica della vita che si fa cinema (il selfie come mezzo espressivo) esalta un documentario, che gioca sulla finzionalità presunta, opponendo la realtà oggettiva alle telecamere installate nel quartiere, le cui riprese si intervallano alle presenze dei due ragazzi e dei loro amici. Ne esce un ritratto aspro e divertente (grazie anche alla sincera e forte naturalezza dei protagonisti), dove appare evidente l’assenza totale dello Stato, l’incapacità di trovare da parte dei residenti un minimo di speranza futura e un panorama esistenziale tristemente consegnato alla rassegnazione e alla rabbia. Voto: 7.
L'ANGELO DEL CRIMINE
- Carlitos (l’ottimo ventenne Lorenzo Ferro) è un adolescente efebo che si installa nella famiglia di Ramon, per il quale prova una forte attrazione. Gli piace rubare e quando comincia l’uso delle armi non si sa facilmente trattenere. Una commedia drammatica, truce e sarcastica, tra seduzione e situazioni comiche: i corpi si sfiorano, il sottotesto omoerotico è sempre lampante e la famiglia si disintegra in un crescendo di inaffidabilità. Ispirato alla storia vera di Carlos Robledo Puch, soprannominato “angelo nero”, che agli inizi anni ’70 uccise 11 persone a Buenos Aires, il film è un coming of age criminale diretto da Luis Ortega in modo accattivante. Voto: 6,5.
 

Giovedì 30 Maggio 2019, 23:34
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