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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Dumbo e Tim Burton volano entrambi bassi
Malviventi e mostri tra banlieue e Scandinavia


L’originale “Dumbo” è un film di animazione Disney del 1941 e ha due pregi straordinari: è molto bello e dura appena un’ora, dove riesce a raccontare con innegabile efficacia poetica la storia del celebre elefantino dalle orecchie enormi, apparentemente maldestro, come elemento disturbante per la sua diversità in un circo, finché non scoprirà di saper volare, proprio grazie a quel particolare anatomico esagerato, diventando quindi l’idolo dello spettacolo. Ma, purtroppo, non si può dire altrettanto del suo remake, che dura quasi il doppio.
A cominciare proprio dall’esigenza ossessiva dal rifare i grandi classici della Disney, dove questo nuovo “Dumbo” sfoggia puntualmente un armamentario rilevante in live action, ma perde inesorabilmente sul piano emozionale. D’altronde la firma di Tim Burton, che aveva comunque già deluso le aspettative con il remake di “Alice in Wonderland” (il suo rapporto con la Disney è stato, d’altro canto, sempre controverso), non è più quella garanzia di una volta e anche se “Dumbo” sembra l’ideale personaggio di un regista attratto dai personaggi in lotta con il  mondo, da “Edward mani di forbice” in giù, il risultato denuncia di nuovo la fase sensibilmente calante della sua creatività.
A ridosso della Grande Guerra, la storia stavolta si allarga agli umani e vede Holt, una ex star del circo (Colin Farrell), ingaggiato dopo il ritorno dal conflitto mondiale, dal proprietario del circo Max Medici (Danny De Vito), per prendersi cura dell’elefantino Dumbo, schernito per le sue grandi orecchie. E quando l’animale spiazzerà tutti mostrando di poter volare, l’imprenditore Vandemere (Michael Keaton) saprà trasformarlo nell’attrazione più amata del circo, sfruttandone l’immagine senza scrupoli, soltanto per il suo ritorno economico.
Tim Burton non riesce a trovare mai la necessità di un racconto che scivola su un terreno sdrucciolo, un po’ perché gli umani sono sostanzialmente noiosi e lo è tutta la prima parte quasi dedicata interamente a loro, non aiutati nemmeno dalla sceneggiatura insipida di Ehren Kruger (si pensi al delizioso personaggio del topo Timoteo, qui relegato in una gabbietta e ovviamente silenzioso); e un po’ perché le favole hanno bisogno di sogni e qui il sogno resta sempre aggrappato a quella corda salvifica che corre in aiuto quando il volo viene spezzato, giocato sempre con una spettacolarità piatta e ripetitiva. E anche quando la spinta emotiva sembra finalmente prevalere (il primo volo, gli elefanti nelle bolle di sapone rosa, l’uscita dal tendone in fiamme), Burton non riesce a essere né davvero fanciullesco (e d’altronde il suo linguaggio non è mai stato troppo in sintonia con i bambini), né minimamente adulto (e mai dark).
Si salva un po’ l’indole animalista, evidentissima nel finale. Ma stavolta l’elefantino vola basso. E anche Tim Burton.
Stelle: 2

FRATELLI NEMICI: LA DURA VITA DELLE BANLIEUE
- “Fratelli nemici – Close enemis” (ma che senso ha il titolo bilingue?) diretto dal francese David Oelhoffen, passato in Concorso all’ultima Mostra di Venezia, è un solido polar nella periferia parigina, dove una partita di droga innesca una micidiale ronda di tradimenti e omicidi, triturando ogni regola, ogni legame amicale e familiare, e anche l’appartenenza a questo o quel clan. Ne esce un costipato racconto, dove l’amicizia giovanile di un poliziotto e un delinquente dà l’avvio a uno spietato regolamento di conti.
I due protagonisti, Manuel e Driss, sono cresciuti insieme, nell’agitazione costante delle banlieue, ma strada facendo hanno fatto scelte opposte: il primo si è messo nel giro fruttifero della droga, il secondo è diventato un agente dell’antidroga. Tra i due l’amicizia è tuttavia rimasta viva, nonostante i naturali contrasti di interesse, e quando uno spietato omicidio in strada elimina brutalmente tre compagni di Manuel, la coppia si rinsalda, non senza problemi, su una collaborazione pericolosa.
Azione e tensione si fanno apprezzare, ma il pregio maggiore del film è soprattutto la lettura socio-politica delle etnie magrebine nella Francia di oggi, dove ancora identità e cittadinanza sono spesso negate.
Stelle: 3

BORDER-CREATURE DI CONFINE; CHI SONO I VERI MOSTRI? - Tina è una poliziotta di servizio all'aeroporto. Ha un fiuto animalesco e riesce sempre a incastrare chi cerca di beffare i controlli con la droga o altro, avvertendo in loro la paura. Un giorno ai controlli arriva Vore, un omone sgraziato quanto lei e Tina sbaglia. Con Vore scorprirà la sua vera natura e inizierà per lei una nuova vita. Favola grottesca che il regista scandinavo di origine iraniane Ali Abbasi trae dal romanzo di Lindqvist (lo stesso di "Lasciami entrare"), dove la Diversità (i due sono dei troll) mette in luce la mostruosità umana (specialmente in chi mostro non appare: si veda il contraltare dei pedofili) e porta all'estreme conseguenze una lotta selvaggia tra società e primitivismo. Disturbante, ma non per questo privo di fascino, "Border" è un viaggio dentro le nostre più oscure paure e desideri, soffermandosi con grazia brutale sui comportamenti, innescando uno scandaglio non banale sulla identità, forse con il solo limite di non passare mai il limite per una rappresentazione sul serio visionaria. Bravissimi i due attori. Vincitore a Cannes 2018 della sezione Un Certain regard.
Stelle: 3 
 

Venerdì 29 Marzo 2019, 10:33
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