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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Doctor Sleep, più King e troppo (finto) Kubrick
L'età giovane, Dardenne si confermano pallidi


Anticipato di pochi giorni dall’uscita in sala di “Shining”, uno dei capolavori di Stanley Kubrick, arriva il suo sequel, che come il precedente è tratto da un romanzo di Stephen King, intitolato “Doctor Sleep”, pubblicato nel settembre 2013.
La storia fa un balzo avanti di parecchi anni, scandita in tre tappe: 1980, data dei tragici accadimenti all’hotel sperduto nei monti; 2011 e infine giorni nostri, 2019. L’Overlook hotel, teatro di follie replicate durante il periodo di chiusura invernale, è ridotto a uno scheletro abbandonato, e Dan Torrance, figlio di Jack, il bambino che aveva la “luccicanza”, oggi è un quarantenne da tempo alcolizzato, che non vuole più usare i suoi poteri psichici. Adesso abita nel New Hampshire, dove conosce, attraverso la propria capacità sensoriale, Abra, una ragazzina, anche lei portatrice dello “shining”, che lotta contro una specie di setta chiamata “Vero Nodo”, guidata dalla crudele Rose, il cui scopo è la ricerca dell’immortalità, raggiunta attraverso la vaporizzazione delle vittime, specie bambini, catturati con l’inganno.
Mike Flanagan, del quale si possono ricordare gli apprezzati “Oculus – Il riflesso del male”, “Ouija – L’origine del male” e “Il gioco di Gerald”, cerca di ottenere un risultato straordinario come quello di essere più kinghiano di Kubrick (che non voleva esserlo, nella sua straordinaria quota autoriale, e quindi diciamo che era abbastanza facile), ma al tempo stesso di non abbandonare del tutto la matrice originale cinematografica, trasformando però l’eco e l’omaggio del lavoro originale in una specie di ricalco a perdere (anche nei personaggi ora interpretati da altri attori, situazione che crea in effetti parecchio imbarazzo), dove affiora quasi più una non sempre equilibrata ironia, lontano da quell’omaggio assai più ludico e geniale portato da Spielberg in “Ready player one”.
Il film vive quindi con qualche affanno questa duplice tendenza: da un lato seguire il percorso della setta, dove Flanagan è convincente per la capacità di creare atmosfere inquietanti e una consolidata esperienza di depistaggi continui e crudeltà assortite; dall’altro non sapersi disfare del peso dell’originale, che ritroviamo all’inizio in forma di sogno e nel finale, puntualmente catartico, dove per oltre mezzora restiamo nuovamente intrappolati nell’Overlook, ripetendo un po’ stancamente le situazioni vissute da Jack Torrance: non mancano la salita all’hotel (con tanto di richiami anche musicali), la fatidica stanza 237, le bambine nel corridoio, l’ascia, il salone con la ripetizione del surreale-metafisico dialogo col barista, l'immancabile cascata di sangue e ovviamente il labirinto di fine corsa. Il film piomba così in una specie di specchio, già caro altre volte a Flanagan, che però di fatto toglie un coinvolgimento adeguatamente vibrante al duello finale al femminile.
Ewan McGregor è un Dan maturo piuttosto spaesato e un po’ anonimo, mentre spicca Rebecca Ferguson nel ruolo della cattivissima regina del gruppo malefico. Insomma l’interesse non manca, apprezzabile parzialmente, ma l’operazione, oltre che confusa, non mostra quella necessità che avrebbe meritato. Voto: 6.


L'ETÀ GIOVANE: I DARDENNE E LA RADICALIZZAZIONE ISLAMICA
- Ahmed è un adolescente musulmano indottrinato dal suo imam, che lo spinge ad uccidere la propria professoressa in quanto infedele. Il ragazzo ci prova, ma il tentativo va a vuoto. Tuttavia il ragazzo, entrato in una specie di servizio sociale di recupero, non demorde. 
Il tema della radicalizzazione islamica, specie nelle aree europee già aggredite da attentati sanguinosi, non poteva non essere colto dalla coppia di fratelli belgi, che hanno sempre fatto del loro cinema un manifesto sociale, politico e morale, fin dai tempi di “La promesse” e “Rosetta”. In realtà “L’età giovane” (titolo italiano che tende a neutralizzare la focalizzazione sull’individuo, com’è invece nell’originale), si dimostra un film piccolo (anche nella breve e frettolosa durata), con un finale controverso, confermando il pallido presente dei due cineasti, almeno da “Il ragazzo con la bicicletta”.
Certo lo stile resta, anche se come sempre un po’ respingente, ma il film è schematico e non approfondisce mai alcun comportamento, tanto meno a livello politico e sociale, e neanche nella deriva più leggera di un innamoramento. Eternamente premiati a Cannes (due Palme), anche stavolta si sono portati a casa un premio alla regia. Piuttosto discutibile. Voto: 5,5.
 

Venerdì 1 Novembre 2019, 10:42
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1 di 1 commenti presenti
2019-11-01 10:52:05
Film tratto da un romanzo già di per sé scialbo del Re.Non ci perderò nemmeno tempo a guardarlo.