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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Cannes: Kore, fegato e altre frattaglie
Cronache di un festival difficile da amare

SI è chiuso il festival di Cannes. Due o tre cose vissute da quelle parti in due settimane di film, code, pioggia, freddo e amenità varie.

I PREMI - Italia felice: due premi, uno ciascuno per i due film in concorso, uno magari non proprio azzeccato, ma che segnala come stavolta abbiamo fatto un figurone a Cannes. La Palma d’oro va in Giappone, a un grande regista come Kore-eda Hirokazu, che da sempre ci parla delle famiglie, di come si formano, resistono e a volte si sciolgono, e adesso lo fa con il film “Shoplifters”, che mette in scena una famiglia che non c’è, biologicamente o legalmente, ma che esiste sul serio, dove anche il Bene e il Male non sempre sono codificabili. E non a caso quando entrano in campo le istituzioni fanno solo danni.

All’Italia, la giuria diretta dalla grande attrice Cate Blanchett (uno dei verdetti tra l'altro più accettabili da un po' di tempo...) ha riconosciuto la qualità delle opere presentate. Al magnifico film di Matteo Garrone, “Dogman”, va il meritatissimo premio al miglior attore, Marcello Fonte, che arriva sulla Croisette con una storia da romanzo: guardiano di un Centro Sociale dove si mettevano in scena opere teatrali, prende il posto di un attore morto improvvisamente, perché seguendo le prove aveva imparato la parte. E da lì, attraverso il casting, viene scelto da Garrone per interpretare una storia di riscatto e solitudine, che si rifà al Canaro della Magliana, in un deserto suburbano di disumanità dove il toelettatore per cani Marcello spiazza tutti con una recitazione intensa, dolente, commovente. Salutato sul palco da Roberto Benigni, l’emozionatissimo attore “per caso” di origine calabrese ha spiegato: “Oddio no… Da piccolo quando ero a casa e pioveva, la pioggia che cadeva sulle lamiere mi sembrava fossero applausi; e adesso siete voi a farmeli. Grazie a tutti. Qui c’è il calore come in famiglia, mi sento a casa, il cinema è la mia famiglia”. Da tenerezza infinita.

Meno azzeccato il premio al film di Alice Rohrwacher (sceneggiatura ex aequo al film di Jafar Panahi, anche stavolta assente dato il divieto di espatrio dall’Iran). Il suo “Lazzaro felice” indica la crescita costante di una regista che qui sposa Olmi e Pasolini in una sorprendente narrazione libera, tra la realtà contadina che sparisce e quella metropolitana che stritola, tra santità e fiaba surreale. Il premio è meritato, ma è quello sbagliato, riconosciuto anche dalla stessa regista: “Ringrazio tutti per questo film dalla sceneggiatura bislacca”. Appunto.
Spike Lee risorge conquistando il Grand Prix con una commedia sarcastica sul Ku Klux Klan, dal ritmo travolgente e battute pungenti, un po’ coeniana e molto politica, tra l’America di ieri e quella di Trump. Giusta la regia al polacco Pawel Pawlikowski, che con “Cold war” firma un cinema esteticamente incantevole; accettabile anche la miglior interpretazione femminile a Samal Yesyamova per il calvario della sua “Ayka” in una Mosca soffocante per un’immigrata Kirghisa, in un film vecchio e piuttosto grezzo. Detto che la Palma d’oro speciale a Jean Luc Godard santifica per l’ennesima volta un autore che non ha bisogno di premi e a cui non gliene può fregare di meno, resta da lanciare un urlo di soddisfazione per la mancata, temuta Palma a “Capharnaüm” della libanese Nadine Labaki, film tra i più ricattatori e disonesti di sempre sul tema della miseria, del dolore e dell’infanzia, con un’estetica fintamente poetica, subdolamente efficace. Ha vinto il Premio della Giuria, perché non poteva tornare a casa a mani vuote. Accontentiamoci. Niente Brizé e Lee Chang-dong, ma altro piccolo hurrà per l’Oeil d’or per il miglior documentario al film di Stefano Savona e Simone Massi “La strada dei Samouni”, premio collaterale e meritato.
I FILM – Mediamente è stato un festival migliore dell’anno scorso. Diversi i film in concorso che hanno conquistato l’attenzione, nessuno che abbia lasciato la sensazione di qualcosa di epocale. L’Italia ha fatto, una volta tanto, come detto, una bella figura. Alcune scelte di Fremaux sono apparse diciamo inadeguate, da mal di fegato, come i film della Labaki stesso, ma anche quello della Husson (“Le filles du soleil”) e del russo Dvortsevoy (“Ayka”). E poi un paio di ciofeche cinefile come il film incontrollato di David Robert Mitchell (“Under the silver lake”) che si crede già Paul Thomas Anderson; e quello di Yann Gonzalez (“Un couteau dans le coeur”) che ha condensato il fetish di tanti autori in un film solo derivativo, noioso e soprattutto pudico. Altrove alcune belle scoperte, come la camera d’or a “Girl”, ma chi segue il concorso ha poi poco tempo per svolazzare da una sezione all’altra.
L’ORGANIZZAZIONE – L’idea, che in realtà è un autentico dispetto, di annullare le proiezioni anticipate per la stampa ha creato diversi disagi ai quotidianisti, che in realtà non erano il bersaglio della novità (semmai lo erano il web, facebook, i twitter…), causando un paradosso ridicolo. Sconcertante poi aver messo nell’ultima giornata ben tre film in concorso, di cui l’ultimo (con la nobile regia di Nuri Bilge Ceylan) di tre ore alle 8 di sera, che si può considerare, dato anche il cinema di pensiero di questo regista turco, una crudeltà sesquipedale. Una penalizzazione per chi lavora bizzarra e francamente insopportabile, nella speranza, penso vana, che tutto torni come prima e come gli altri festival. La sicurezza ha funzionato meglio dell’anno scorso, i controlli sono stati più rapidi, ma davanti al Palais è sempre più caos per entrare e uscire. Insomma il festival resta con diversi problemi e non basta più dire Cannes per essere automaticamente in cima al mondo. I francesi, che pensano di esserlo per spirito divino, dovrebbero convincersene.
 

Domenica 20 Maggio 2018, 10:24
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