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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Cannes 71, giorno 9. Garrone furoreggia
ma anche in Corea il mistero affascina


Arriva Matteo Garrone e le nostre chances per una vittoria a Cannes aumentano. Il film è bellissimo. A due giorni dalla fine, diversi film con possibilità di Palma, tutti buoni e molto buoni, ma senza che nessuno si stacchi decisamente dagli altri.
DOGMAN di Matteo Garrone (Concorso) – Vi si ritrovano le atmosfere cupe, i drenaggi esistenziali in zone infette, la dissolvenza di ogni umanità, già assorte a stile in “L’imbalsamatore”, “Primo amore” e ovviamente “Gomorra”. Una storia dura di dipendenza psicologica, un'altra avventura nel deserto suburbano di un’Italia che delinea i conflitti sociali, uno squarcio nella violenza codificata di rapporti estremi. Si parte dalla cronaca, da un episodio di tanti anni fa, noto come il caso del Canaro della Magliana, che fece a pezzi l’uomo che lo soggiogava, riducendo in poltiglia il suo corpo. Garrone lo sfiora appena, se ne disfa prontamente, soprattutto nei suoi risvolti più splatter, horror, portando questo nuovo duello in uno scenario western, dentro i confini di una vendetta che in realtà è solo riscatto, profondamente svuotato di ogni aspetto voyeuristico e disegnato dentro un quadro di inconsolabile solitudine, come dimostra il magnifico finale, con un primo piano insistito, prima di spalancare quel corpo arreso in un campo lungo di definitiva emarginazione. Girato nel desolato Villaggio Coppola in Campania, è la storia di Marcello, uomo mite, toelettatore per cani, padre amoroso della figlia Alida, succube di Simoncino, ex pugile, ras del quartiere, al quale si ribellerà quando la misura della sopportazione avrà raggiunto il limite. A interpretarlo, in possibilità di premio per una recitazione sorprendente, è Marcello Fonte, calabrese di nascita. Garrone super. Voto: 8.
BURNING di Lee Chang-dong (Concorso)
– Jongsu è un giovane che sogna di fare lo scrittore e intanto governa la vecchia fattoria di famiglia, lontana dal caos cittadino. In città incontra una vecchia amica d’infanzia, Haemi, la quale gli chiede di tenere a bada il suo gatto, essendo lei in partenza per un viaggio in Africa. Successivamente Haemi presenta a Jongsu, Ben, che fa parte dell’alta borghesia con auto e case di lusso. Haemi scompare e il rapporto tra i due ragazzi comincia a incrinarsi. Da un racconto breve di Murakami, il regista coreano osserva i personaggi nel flusso del tempo, giocando sulle sospensioni (specie nella seconda parte, la più bella) e sul mistero. Ne esce un noir, sottratto a ogni indicazione, impalpabile e meditativo. Affascinante, anche se la dicotomia città/campagna, povertà/ricchezza è un po’ meccanica. E un po’ estenuante, nonostante il bisogno di raccogliere battiti e sospiri di una storia che si serve più dei silenzi che delle parole, prima di sbocciare in un finale infuocato. Voto: 7½.
TROPPA GRAZIA di Gianni Zanasi (Quinzaine)
– Lucia (Rohrwacher) è una geometra. Ha un carattere non facile, spesso rigida, con un rapporto conflittuale con il suo compagno (Germano) e con la figlia. Riceve un incarico da Paolo (Battiston), per edificare un progetto definito Onda, sulle colline dell’Italia centrale. Ma intanto inizia ad apparirle la Madonna, che le chiede di edificare una chiesa proprio dove dovrebbe sorgere Onda. Una commedia che sfocia nel fantasy, dove si ride abbastanza ma si rimane perplessi sulla coesione dei generi. Zanasi si rivela ancora bravo nel condire i dialoghi con battute azzeccate, ma il senso politico e il lato più surreale (in realtà Lucia è in lotta con se stessa, ovviamente) faticano a trovare una vera strada per esprimersi al meglio, in un finale dove la drastica soluzione è messa in atto in un modo troppo sbrigativo. L’insieme ha comunque una sua originalità e conferma le qualità di Zanasi, ma anche l'idea di un cinema che non osa mai troppo sul serio. Voto: 6.
 

Giovedì 17 Maggio 2018, 14:49
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