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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Cannes 71, giorno 10. Tre film, unico disastro
Bambini, donne e gay tra miseria e omicidi


In attesa dell’ultimo film in gara per la Palma, con la nobile firma del turco Nuri Bilge Ceylan (tra l’altro già premiato più volte sulla Croisette), la giornata 10 del festival si può tranquillamente definire disastrosa, non essendo i tre film in concorso in grado di arrivare a un voto complessivo di 10. Insomma siamo veramente al grado zero della soddisfazione.
CAPHARNAÜM di Nadine Labaki (Concorso) – Un ragazzo di 12 anni, Zian, immigrato dalla Siria in Libano, accusa in tribunale i genitori per averlo messo al mondo in condizioni disumane e di aver costretto la sorella ancora bambina a sposarsi. Nel frattempo conosce una clandestina etiope, che nasconde un bambino piccolissimo per non essere espulsa. Al suo terzo film la sopravvalutata regista libanese Nadine Labaki si libera di ogni credibilità, soggioga il pubblico con quello sguardo apparentemente caritatevole, dove la manifestazione della miseria e del dolore induce l’occidentale a commuoversi e a lenire i propri sensi di colpa, come diceva Tiziano Terzani. Un film disonesto che sta in Concorso, sorretto dalla volontà probabile di affibbiargli un premio importante, perché fa tanto spezzare il cuore. Qui non manca nulla: la musica finto-etnica che romba sulle immagini più misericordiose; le belle riprese dall’alto col drone che mostrano un villaggio di indicibile disumanità; i controluce che fanno traboccare le lacrime; un bambino abbandonato che ha astuzie da uomo maturo e che si porta a spasso su un pentolone un altro bambino ancora più piccolo; il carcere, l’immigrazione clandestina, la sporcizia, la fame eccetera. Non c’è un’analisi politica, sociale, c’è solo l’occhio che cerca il peggio e lo sbandiera in modo fintamente poetico, in un’estetica cinematografica declinata all’effetto più basico, subdolamente efficace. Da De Sica a precipizio fino alla Labaki usare i bambini al cinema è una variabile assoluta, dove il neorealismo diventa cartolina festivaliera in cerca di una consacrazione, che sarebbe qui delittuosa. Voto: 2.
UN COUTEAU DANS LE COUR di Yann Gonzalez (Concorso)
– Parigi, 1979. La produttrice di porno-gay Anne, assieme alla propria montatrice e compagna Loïs, vede uccisi alcuni dei suoi attori più importanti. La caccia al serial killer svelerà un episodio tragico del passato. Un film fetish che farà andare in estasi i cinefili del genere, ma che sfogliando un catalogo cinematografico abbondantemente già saccheggiato, produce un’opera intossicata, derivativa, spesso noiosa, sempre pudica (sorprendente l’autocensura sugli aspetti hard in un film che parla del mondo pornografico). Tra gli interpreti Vanessa Paradis e Bertrand Mandico, autore del notevole “Les garçons sauvages”, opera d’esordio scoperta lodevolmente l’anno scorso dalla Settimana della Critica veneziana. Voto: 4.
AYKA di Sergey Dvortsevoy
– Se possibile sarebbe anche peggio del film della Labaki, perché più volutamente più autoriale, ma nel suo gestire la vita travagliata di una kirghisa a Mosca, che vaga dopo aver abbandonato il proprio figlio in ospedale subito dopo il parto, cercando disperatamente un lavoro sotto la neve, in case affollate come una metropolitana, mentre un’emorragia le provoca un imminente pericolo di vita, sembra conservare un briciolo di umanità vera. Certo dopo 10 minuti il film è finito, con quella camera a mano a ridosso dei corpi e l’astuzia di portare all’esasperazione la visione, che è evidentemente il mezzo per provocare dolente compassione. Ma il film è grezzo e lo scandaglio destinato soltanto al tormento obbligatorio. Voto: 3.

Venerdì 18 Maggio 2018, 15:38
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