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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Cannes 71, giorni 1 e 2. Cruz-Bardem deboli
Guerra e musica, tra Ucraina e Russia

Partito il festival, tra infauste scelte (la cancellazione delle anteprime stampa) e controlli più organizzativamente confusi che appropriatamente adeguati. E intanto c’è una prima delusione.

TODOS LO SABEN di Asghar Farhadi (Concorso) – Il regista iraniano di grande densità morale nei suo film (da “Una separazione” a “Il cliente”) si perde nella trasferta spagnola, forse soggiogato dalla presenza delle star Cruz/Bardem, coppia anche nella vita reale, qui immersa in uno sguardo convenzionalmente superficiale, tra faide familiari, adolescenti rapite, paternità incerte, proprietà terriere conflittuali. Il thriller sconfina sbandatamente nel melò, la commedia solare si scolora nel buio della memoria e la tessitura si sfilaccia alla ricerca di una ragione forte che possa interessare lo spettatore. C’è invero tutto il suo cinema, ma Farhadi sembra governare la materia con la distrazione di un regista qualunque, contando sull’appeal attoriale. Peccato. Voto: 5½.
DONBASS di Sergei Loznitsa (Un certain regard)
-  Il regista ucraino affronta in modo lucido e spietato, ma al tempo stesso grottesco, le dinamiche di una guerra civile, vissuta attraverso lunghi blocchi narrativi, dove esplode nelle sue forme più rilevanti una umanità ferocemente demenziale, incapace di avere nei confronti di ogni avvenimento, tragico e banale, una irrilevante forma di serenità. Indifferenza e rabbia, umiliazione e morte vivono senza diversità in ogni comportamento, dove la percezione del pericolo è devastante quanto il pericolo stesso. E il gioco cinematografico della finzione è sempre evidente. Loznitsa conferma un cambiamento di registro e si dimostra più appesantito del solito, sia narrativamente che ideologicamente. Ma alcune sequenze lasciano il segno. Voto: 6,5.
YOMEDDINE di A. B. Shawky (Concorso)
– Beshay, un lebbroso oggi guarito ma deformato nel corpo, vuole tornare al paese natale, per ritrovare la sua famiglia. Lo accompagna un bambino orfano, Obama, che preferisce partire con lui e avere un affetto vero. L’esordiente regista egiziano Shawky gioca con elementi pericolosi per una commozione facile a effetto e ci casca abbondantemente. Punta a un cinema neorealista e pauperistico, ma poi usa in modo ricattatorio una colonna sonora sparata a palla. Ogni tanto affiora un sincero spirito di partecipazione, ma l’ingenuità penalizza il testo. Voto: 5.
LETO di Kirill Serebrennikov (Concorso)
– Nell’allora Leningrado di inizio anni ’80, la scena rock, contrastata fortemente dal potere sovietico, cerca di trovare le proprie ragioni per affermarsi. In un bianco e nero snobistico, con inserti animati alla Gondry e sprazzi colorati, il regista russo che non aveva troppo convinto sempre qui a Cannes con la sua opera precedente “Parola di Dio”, arrestato in Patria con l’accusa di frode, vorrebbe ricostruire l’atmosfera febbricitante dell’epoca e in parte ci riesce. Rielaborando le biografie di autentiche rockstar locali di quegli anni e indugiando fin troppo su una ricchezza di rimandi musicali, da Lou Reed ai Sex Pistols, dai T. Rex a soprattutto Bowie, in realtà descrive in modo distratto un ménage à trois, dove forse manca davvero una spinta sovversiva, sia delle musiche, sia degli affetti. E soprattutto il dono della sintesi. Voto: 6.
 

Giovedì 10 Maggio 2018, 11:50
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