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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

America, Russia e Libano: mondi senza amore
E Branagh ha sbagliato treno


A ridosso di “Detroit”, il film di Karthryn Bigelow che ripercorre i tragici fatti della rivolta nera nella città dell’auto nel 1967, esce ora “Suburbicon”, anch’esso luogo e titolo, zona-confetto anni ’50 dove l’America crede di ospitare una comunità felice e rispettosa, almeno fino a quando arriva una famiglia black. Sono due opere che parlano del passato, ma che dimostrano inequivocabilmente come l’America, soprattutto quella attuale di Trump, non si sia minimamente liberata di questi lugubri drammi razziali, rigurgiti che oggi appunto stanno di nuovo infestando il mondo, non solo statunitense, se mai il tentativo di debellarli sia giunto a risultati soddisfacenti.
Dunque a Suburbicon, località che le guide turistiche definirebbero ridente, i bianchi, padroni assoluti del territorio, insorgono contro questa “invasione”. Il figlio di Gardner Lodge (Matt Damon) va invece controcorrente, cercando cerca subito l’amicizia con il coetaneo di colore. Ma nella notte la famiglia riceve la rappresaglia di due presunti razzisti, dove la moglie di Lodge muore e la cognata si salva (una doppia, al solito fenomenale, Julianne Moore). Ma le cose sono assai più complicate.
Da una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen, rimasta sepolta a lungo tempo, forse troppo, e dove l’eco maggiore risiede in “Blood simple” e “Fargo”, il loro capolavoro assieme a “Il grande Lebowski”, George Clooney, che qui torna alla regia dopo il modesto “Monuments men”, è abile nell’estendere i meccanismi perversi di una famiglia con troppi segreti ai gesti insani dei fanatici e intolleranti bianchi, che alzano steccati davanti alla casa dei nuovi arrivati per escluderli dalla comunità.
L’America insomma è sempre questa, pronta ad alzare confini di separazione. Puntuale nei suoi riverberi coeniani, il film diventa quindi un thriller grottesco, che nel finale divampa in soluzioni efferate, tra sarcasmo e disprezzo, che si incatena a spirale in un tessuto di denuncia politica, dove l’apparente, pacifica quotidianità dei bianchi cova in realtà sotterraneamente le più infami gesta, private e sociali. Nonostante un tono da divertissement, la vicenda contorta, pronta a svelarsi in continui ribaltamenti di prospettive, è vissuta soprattutto con gli occhi del piccolo Nicky, travolto da tradimenti e inganni: Clooney si dimostra ancora una volta un regista intelligente e attrezzato, anche se lontano dai risultati più significativi di “Good night, and good luck.” e “Le idi di marzo”. Resta il gioco al massacro, evidenziato a maggior ragione dall’improvvisa apparizione dell’assicuratore Roger (Oscar Isaac), dove tutto si risolve con sberleffi adeguati del destino.
Tutto sommato un film spassoso, pur privo di originalità, che i Coen probabilmente avrebbero fatto meglio. Ma dentro le case pastello cova l’anima nera dell’America. Oggi come ieri.
Stelle: 3



LOVELESS: FUGA DA UNA TERRA SENZA AMORE - Alla fine del film, se non fosse ancora chiaro l’intento metaforico di tutta la storia, la protagonista sul tapis roulant indossa una tuta sulla quale campeggia a caratteri cubitali il nome Russia. Lei è Genia, non certo la mamma dell’anno. Sta divorziando, in modo abbastanza brutale, dal marito Boris, anche lui poco simpatico. Entrambi hanno già formato un’altra coppia, Boris è in attesa perfino di un nuovo figlio. Sono borghesi, stanno non lontano da Mosca e nella loro casa, così perfettamente algida, divampano continuamente violente discussioni, ascoltate in mesto silenzio e tra i pianti dal piccolo Aliocha, dodicenne spaesato e sconvolto, che all’improvviso scompare. Soltanto allora i due genitori si ricordano di avere un figlio, ingombrante fardello (nessuno lo vorrebbe dopo la separazione), soltanto allora sembra emergere un minimo di umanità in loro, ma le ricerche mettono in evidenza semmai ulteriori sacche di rapporti miserevoli, tra odio e indifferenza, come nell’aspra visita alla madre di lei.
Regista manierista fin dalla prima ora, quando sbancò Venezia (doppio Leone d’oro nel 2003 con “Il ritorno”), capace di fare sempre centro ai festival (premiati anche “Elena” e “Leviathan”, entrambi a Cannes), il siberiano Andrej Zvyagintsev con “Loveless” (puntualmente vincitore anch’esso del Premio della giuria sulla Croisette a maggio) firma un’opera cupa ma meno potente di altre volte, proprio per la volontà di farsi manifesto cruciale della Russia di oggi, dove i rapporti umani sono a livello zero, i figli fuggono da case inospitali e dal privato al sociale è una guerra infinita: e infatti il film si chiude con gli eventi tragici del Donbass nel 2014. Se la prima parte è asciutta e dura, con quell’urlo soffocato dietro la porta del piccolo Aliocha (una scena spaventosa, frammento quasi horror), la seconda si dilunga nella ricerca meticolosa del ragazzo, allentando didascalicamente la tensione e anche l’indignazione. La Russia ne esce comunque a pezzi, soprattutto moralmente: vivere “senza amore” come recita il titolo è impossibile. Non resta che la fuga. Per non farsi più trovare.
Stelle: 3


L'INSULTO: UNA BANALITA' BASTA A SCATENARE L'ODIO - Di violenza inaudita parla anche Ziad Doueiri, regista libanese, che  con “L'insulto” dimostra come una piccola banale offesa, nata da un incontrollato gesto d’ira, tra un cattolico e un palestinese a Beirut, possa arrivare a scatenare una folle battaglia nelle strade, arrivando a una crisi nazionale. L’aula del tribunale dove si svolge il processo diventa il teatro espanso della diatriba personale, portando sistematicamente allo scontro avvocati e pubblico, dimostrando come alla radice le tensioni storiche, che portarono alla guerra civile, non siano state anche risolte. Un film che forse paga un eccesso di verbosità nel finale, perdendo il serrato ritmo iniziale, ma che porta l’orgoglio dei singoli a infuocare un clima fintamente tranquillo, dove la tesi, che farà sicuramente discutere, è che nessuno può vantare torti più di altri (in questo caso i palestinesi), anche se questo non è sempre vero. 
Stelle: 2½

 
ASSASSINIO SULL'ORIENT EXPRESS: BRANAGH HA SBAGLIATO TRENO - È molto probabile che Kenneth Branagh al momento di salire sull'Orient Express abbia sbagliato treno. E che soprattutto abbia lasciato a terra Agatha Christie. Non che gli altri passeggeri non siano meno distratti: ognuno sembra recitare pensando ad altro. Il remake del viaggio della vendetta sfoggia imbarazzanti cartoline digitali, mortificando la questione morale e rendendo lo spettacolo inerte. 
Stelle: 1

Giovedì 7 Dicembre 2017, 23:34
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