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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Al cinema con gioia: Lazzaro è davvero felice
ma i Logan lo sono ancora di più. Rapindando



LAZZARO FELICE - In una comunità contadina, dominata dalla mezzadra marchesa De Luna vive Lazzaro, un giovanotto così buono da sembrare quasi idiota. L’arrivo del figlio della marchesa, Tancredi, fa nascere un’amicizia, che si interrompe in modo sconvolgente. Lazzaro finisce ai bordi di una ferrovia in un ambiente metropolitano, dove a distanza di anni trova persone con le quali aveva diviso l’adolescenza. Solo che gli altri sono invecchiati.  
Alice Rohrwacher continua la sua esplorazione su mondi italiani ai margini del tempo e della Storia, a volte anche della realtà. Da “Corpo celeste”, passando per “Le Meraviglie” (premiato col Gran Premio a Cannes nel 2015), con “Lazzaro felice” adesso firma un film sull’Italia di oggi, sulla bontà che non paga mai, sulla santità di quelle persone che attraversano il Bene e il Male anche senza rendersene conto, tracciando la vita contadina che sparisce e quella metropolitana che stritola.
C’è una specie di sbandamento emotivo nel guardare il film, perché lo si vorrebbe più controllato; e invece sta proprio in questa libertà sorprendente, con una narrazione che si lascia sedurre dai personaggi e non viceversa, che il film, nel suo farsi e disfarsi bislacco, sgangherato e a tratti inafferrabile si dimostra coraggioso, sganciato dai soliti rituali di un cinema aggrappato ai codici sicuri. Che poi la giuria di Cannes gli abbia attribuito un premio, ma quello sbagliato (la sceneggiatura), forse poco importa: resta il fatto che si attraversa la storia di un ragazzo perso nella sua anacronistica innocenza in odor di santità, prima tra i campi e poi tra i binari di una ferrovia da abitare, con una soavità stampata sul volto del giovane attore Adriano Tardiolo, l’ennesimo Candido alle prese con il mondo, che vive nell’assoluta certezza che la felicità esista e che sia a portata di mano.
Certo sul crinale realtà/fantasia della fiaba non tutto sempre funziona e specie nella parte finale l’intreccio si appesantisce, ma tra richiami nobili al cinema di Olmi, Taviani, Pasolini e Citti, la Rorhwacher mostra una capacità non comune di scandagliare ambienti e corpi. Si sente a suo agio in set non confezionati e scrutati quasi sempre da una giusta distanza, come lo sguardo stesso di Lazzaro, ammagliato dal desiderio di essere utile. Nel suo agitarsi lievemente tra le pieghe di un racconto che non nasconde la sua volontà politica, Alice Rohrwacher trova l’ormeggio familiare della sorella Alba, la ruvidezza dispotica di Nicoletta Braschi, la contenuta affabulazione di Natalino Balasso. E la sincerità di un’opera quasi tremolante nella sua composizione perfino schematica (il film è diviso in due parti molto nette) porta ad accettare qualsiasi soluzione narrativa, tra cadute rovinose, giovinezze eterne e un finale troppo simbolico.
Stelle: 3



LA TRUFFA DEI LOGAN - I Logan sono tre fratelli, bersagliati si dice dalla maledizione. Jimmy (Channing Tatum, sempre più bravo) fa l’operaio, ha una bambina che lo adora, ma è divorziato e una mattina perde anche il lavoro; Clyde (Adam Driver, sempre bravo) gestisce un bar e ha perso un braccio in Iraq e adesso lo aggiusta con una protesi approssimativa; Mellie (al pari brava) è innocua solo apparentemente. Per sfatare questa tendenza, i tre si mettono d’accordo con il detenuto Joe Bang (Daniel Craig, versione biondo), per attuare un piano sofisticato destinato a rubare il notevole incasso della corsa automobilistica Coca Cola 600.
Soderbergh viaggia sulle coordinate dei suoi “Ocean’s” (anche se l’America da allora è cambiata), dimostrando ancora un’abilità non comune nel muoversi sui percorsi intricati di congegni a orologeria delinquenziale, dove lo spasso e il cazzeggio trovano puntuali ormeggi, mai come oggi, politici: non a caso i ladri hanno dei crediti nei confronti della società, oltre a una storica sfortuna. Regista versatile e compiutamente servitore delle storie (e dei generi), Soderbergh gira con frenetico entusiasmo una macchinazione perfetta, che non nasconde ironici doppi giochi, dove la burla diventa sberleffo alle istituzioni (a parte l’agente Fbi Sarah Grayson – una Hilary Swank inutilmente battagliera, che annusa la beffa e non a caso si ritaglia un posto nel bellissimo finale); così lo spasso della commedia adocchia il taglio autoriale, dalla perfetta codifica dei personaggi alla lettura di un Paese che fa a pugni con le malinconiche ballate di John Denver, a cominciare ovviamente da “Take me home, country roads”, sottofondo all’unica concessione commovente di tutto il film.
“La truffa dei Logan” è un film scatenato e divertente, intelligente e proletario, che affida a una compagnia di sgangherati protagonisti il compito di prendersi una colossale (e remunerativa) rivincita: un “film di rapina” con il quale Soderbergh svela come il cinema possa raccontare storie quasi disperate con la leggerezza di un sorriso e l’irriverenza di un reato. 
Stelle: 4
 
RESINA - Alla morte del fratello, Maria, una giovane violoncellista (la spilogosa Maria Roveran) torna a casa tra le montagne dove si parla ancora il cimbro. La vita trascorre monotona e piena di problemi. Entra in contatto con Quirino, che dirige un coro sognando di partecipare a un importante concorso. Ispirato al coro friulano di Ruda,il debutto nel cinema di finzione di Renzo Carbonera mostra uno sguardo penetrante sulla natura, captandone silenzi e bellezza. Ma narrativamente è debole e i personaggi faticano a trovare una dimensione empatica. Ricorda vagamente "Il vento fa il suo giro", che però puntava direttamente sulle ostilità, sulla diversità linguistica e su un senso opprimente della quotidianità. Forse a mancare è proprio quella resina, che nel film viene indicata come il collante di tutto.
Stelle: 2
 

Venerdì 1 Giugno 2018, 09:31
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