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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

69 Berlinale, giorno 3. Se il Concorso piange,
l'Italia con "Selfie" trova un Panorama vivo

Giornata complicata, piena di delusioni. Il Concorso stenta, come da pronostico: di certi film si fatica a capire perché siano finiti nella corsa all’Orso d’oro. Speriamo accada qualcosa nei prossimi giorni da invertire la tendenza. Per fortuna l’ingresso italiano in Panorama porta un film di interesse e impegno, dal risultato ragguardevole.

THE GROUND BENEATH MY FEET di Marie Kreutzer (Concorso) – Donna in carriera, lesbica, con una sorella psicolabile che ha tentato più volte il suicidio, Lola combatte lo stress nel seguire il lavoro, la vita amorosa e i problemi familiari, finendo essa stessa disconnessa dalla realtà, tanto da ricevere e ascoltare telefonate impossibili della sorella. L’austriaca Marie Keutzer firma un ritratto femminile, dove l’ansia si stempera in una messa in scena piuttosto piatta. Il personaggio della sorella avrebbe meritato una scelta diversa, che purtroppo non arriva. Un film che sembra “Toni Erdmann”, ma senza la carica grottesca. E l’ossessione rimane fragile. Voto: 5.
OUT STEALING HORSE di Hans Petter Moland (Concorso)
– Nel 1999, dopo un incidente d’auto nel quale ha causato la morte della moglie, l’anziano Trond Sandera (Stellan Skarsgård) si ritira in una baita immersa in un paesaggio nevoso, non lontano da Oslo. Qui una sera arriva Lars, un vicino della medesima età, che ha perso il cane. Lars, a poco a poco, diventa una presenza che porta Trond a riordare eventi passati della propria infanzia e adolescenza. Tratto dal romanzo di Per Petterson, il film, costruito attorno a tre momenti temporali chiave, è una robusta lettura di un melò boschivo, dove tra amori e tradimenti, morti accidentali ed esistenza turbate non sempre l’esagerata materia di eventi riesce a trovare un giusto equilibrio. Moland si conferma regista accurato soprattutto nella scelta paesaggistica, funzionale alla storia, ma il film è troppo lungo, alcuni personaggi non vanno oltre l’apparizione (specie la figlia, nel finale) e i momenti chiave sono troppo chiassosi. Pur parzialmente, è una delusione rispetto alle aspettative. Voto: 5,5.
MR. JONES di Agnieszka Holland (Concorso)
– Nel marzo 1933 Il giornalista gallese Gareth Jones ha un obiettivo: dopo aver intervistato Hitler, ora vuole replicare con Stalin. Arrivato a Mosca, prende un treno per l’Ucraina, ma a un certo punto scende e si trova in un villaggio dove miseria, fame e morte sono all’ordine del giorno, al contrario della propaganda comunista. Arrestato, cercherà di raccontare la verità al proprio ritorno, ma non solo non ci riuscirà, ma vedrà il premio Pulitzer finire a vantaggio di un collega pro Soviet e soprattutto morirà in circostanze misteriose, appena 30enne. Dalla leggendaria vita di Gareth Jones, Agnieszka Holland, mai capace di avere equilibrio narrativo nel suo cinema, gonfia un feuilleton incontrollato, inutilmente caricato e confezionato come una vita avventurosa per un pubblico in cerca di emozioni a comando. Ma la parentesi riservata alla vita in Ucraina è priva di ogni distanza di sguardo cinematografico e storico, politicamente grezza e volutamente descritta con inutile, efferata violenza ad effetto. Non serve una brutalità così volgarmente esibita (che rischia perfino di essere ridicola), per descrivere, con quella terribile carestia, un potere brutale e assecondato dalla propaganda di regime. Voto: 3.

SELFIE di Agostino Ferrente (Panorama)
– Nel 2014 il giovane Davide Bifolco, un 16enne incensurato del Rione Traiano a Napoli viaggia assieme ad altri due amici su uno scooter, che non si ferma a un controllo, probabilmente per evitare una multa. Scambiato per un latitante, Davide viene colpito dalle forze dell’ordine e muore. Agostino Ferrente porta il suo sguardo dentro il quartiere-scenario e affida, attraverso il dispositivo del selfie, il racconto della vita quotidiana, soprattutto adolescenziale, attraverso le esperienze di Alessandro e Pietro, due amici per la pelle, che portano letteralmente in giro lo spettatore per la zona. La lettura teorica della vita che si fa cinema (il selfie come mezzo espressivo) esalta un documentario, che gioca sulla finzionalità presunta, opponendo la realtà oggettiva alle telecamere installate nel quartiere, le cui riprese si intervallano alle presenze dei due ragazzi e dei loro amici. Ne esce un ritratto aspro e divertente (grazie anche alla sincera e forte naturalezza dei protagonisti), dove appare evidente l’assenza totale dello Stato, l’incapacità di trovare da parte dei residenti un minimo di speranza futura e un panorama esistenziale tristemente consegnato alla rassegnazione e alla rabbia. Non a caso, ancora una volta, è in queste sacche marginali, che il cinema italiano trova un sua urgente e apprezzabile espressività significativa. Voto: 7.
 
 

Domenica 10 Febbraio 2019, 17:54
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