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Mondo ovale di Antonio Liviero e Ivan Malfatto

Un nuovo torneo mondiale con retrocessioni, questa volta l'Italia rischia

Scoperta: il professionismo costa caro. Di fronte alle casse in crisi di molte federazioni (quella inglese, che è la più ricca, ha dovuto “tagliare” una sessantina di dipendenti) si sono messi a giocare gli esperti del marketing, altro che rugby sport per i giocatori e solo per loro come si predicava ai tempo del dilettantismo. Ne sta venendo fuori una partita scontata per chi segue con critico disincanto le vertiginose accelerazioni che si susseguono dal ’95, anno domini dell’era professionistica.

Per aumentare i ricavi si seguono due direttrici: da una parte una nuova competizione mondiale per nazionali, dall’altro l’allargamento dei mercati e quindi un più diretto coinvolgimento ad alto livello delle nazioni di seconda fascia. Così nella stanza ovale di Rugby World si sta pensando seriamente di sacrificare una delle ultime insegne rimaste dell’epopea pionieristica: i test match. Sopravviveranno nella forma originaria quelli dei Lions e poco altro. Di fatto dovrebbero venire assorbiti da un torneo che assomiglierà a una coppa del Mondo da disputarsi tutti gli anni a luglio e novembre al posto appunto dei periodi destinati ai tour (quello di giugno dovrebbe slittare di un mese per dare più riposo ai giocatori, ma la cosa non è per niente scontata in quanto i club inglesi vogliono occupare nuovi spazi perché anche le loro casse piangono). L’obiettivo è duplice: fare incontrare ogni stagione, con un titolo prestigioso in palio, le nazioni più forti dei due emisferi senza aspettare i tempi del calendario internazionale, e aggiungere alcuni posti a tavola per i paesi emergenti.

Che si faccia sul serio lo si è capito dalle parole del vice presidente delle federazione internazionale Augustin Pichot che sembra aver mantenuto lo stile frizzante e audace di quando giocava. «Il rugby è in pericolo e come uomo d’affari dico che non voglio essere complice della sua rovina» ha tuonato il numero 2 di Rugby World. Di quella che ormai passa per la sua riforma non si conosce ancora il format. Ma qualcosa è trapelato. Il nuovo torneo se lo giocherebbero in 12, le 4 squadre del Championship, quelle del 6 Nazioni (e fin qui l’Italia è salva) più altre 2 scelte tra Giappone, Figi e Usa. Ma attenzione, perché sono annunciate una o più retrocessioni per dare spazio ai paesi emergenti che verrebbero promossi da una competizione di seconda fascia comprendente squadre come Tonga, Samoa, Georgia, Romania, Spagna e forse, sempre con logiche di sviluppo e di mercato, la Cina. Raggruppando i diritti televisivi della nuova competizione con quelli di Championship e 6 Nazioni si stimano introiti per un miliardo di euro all’anno da ripartire tra le federazioni (con criteri non ancora noti).

Ci si domanda però se questo nuovo trofeo che si potrebbe provvisoriamente chiamare intercontinentale, non vada a togliere importanza, e di conseguenza risorse, proprio al 6 Nazioni, al Championship e alla stessa Coppa del mondo. Inoltre potrebbe avere conseguenze inattese e traumatiche sui vagoni di coda della prima fascia, come l’Italia. Per la prima volta si troverebbe coinvolta in una competizione con un meccanismo di retrocessione e il rischio di precipitare ogni tanto nella seconda fascia con perdite economiche e inevitabile incidenza sulla competitività tecnica. Una prospettiva che influirebbe sui modi e sui tempi di gestire la crescita del rugby italiano (Antonio Liviero).

Domenica 21 Ottobre 2018, 16:41
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