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Modi e Moda di Luciana Boccardi

Un libro edito da Marsilio per la Coco
Chanel italiana, Rosa Genoni

 
Imbrigliato dal secondo dopoguerra ad oggi  in una sovrapposizione  che la consegnava alla  storia  soprattutto come  “ femminista  di esemplare impegno sociale e politico”,  il nome di Rosa Genoni  -  sempre caro alla nipote-biografa Raffaella Podreider - senza le manifestazioni  allestite a Milano  dalla studiosa del costume,  Elisabetta Invernici   (nel 2015 a Palazzo  Castiglioni, nel 2017 a Palazzo Morando per culminare con la grande mostra all’Archivio di Stato in occasione del 150° anniversario della nascita  )  non sarebbe mai divenuto,  fatta eccezione per gli studiosi di costume,  una delle glorie italiane della moda tra  Ottocento e Novecento. Perché la Genoni, esaltata per le idee progressiste cavalcate coraggiosamente nel suo vissuto del Novecento,  è stata soprattutto  un genio sartoriale  che autorizza  per lei la definizione non impropria di  “Coco Chanel italiana” .
Nata poverissima a Tirano ( un paesino della Valtellina)  nel 1867, Rosa Genoni  (scomparsa ottantasettenne nel 1954  ) era partita quasi bambina dal paese dove lasciava  la sua numerosissima famiglia (18 tra fratelli e sorelle), per entrare   come  apprendista  (“piscinina”)  in una delle grandi  sartorie di Milano, dove la moda che si produceva su richiesta delle clienti era  quella francese.  Di moda italiana  allora non si parlava proprio,  anche se la recente invenzione del regno d’Italia aveva acceso in molti cuori la scintilla di una italianità da conquistarsi in tutti i campi, quindi anche nella moda.  Rosa  invece, che  per intelligenza e  abilità raggiunge  presto vette di  potere come première contesa dai grandi ateliers, snobba ogni francesismo e si  orienta verso  una creatività che parli solo italiano. Suoi ispiratori  i grandi della nostra arte, da Botticelli a Michelangelo, Giotto, Mantegna, Leonardo.   “Non abbiamo bisogno dei Francesi”  sostiene Rosa  nei suoi anni più accesi cavalcando un nazionalismo  creativo- sentimentale  non facile da imporre al pubblico che agognava ancora la moda  parigina.  Una scelta ideologica  “nazionalista”  che  portò   la sarta   allora  più famosa d’Italia, contesa da dame di Corte,  nobildonne, attrici  come Eleonora Duse, Lyda Borelli ,  vicino al pensiero futurista  rendendola in questo modo allineata a  un giovane rampante, Benito  Mussolini .  Con la stima  del Duce e  l’appoggio di un compagno ( l’avvocato Podreder, importante professionista milanese che la sostenne e che Rosa seguì  non solo come compagno di vita ma di pensiero e di credo politico) la Genoni  intraprese viaggi importanti  spostandosi di continuo tra  Francia, Germania e Inghilterra  per documentarsi e migliorare , sempre aperta alle idee più emancipate, sostenitrice di valori femminili , soprattutto di una libertà che “le donne devono conquistare anche con l’abbigliamento”.  Una dimensione civile  avviata  in primis comunque  da Paul Poiret , il  sarto  francese che voleva la  “donna  a corpo libero, liberata dalle stecche”.
  Il credo libertario coraggioso portò  la Genoni  ad assumere importanti incarichi anche nel mondo dell’insegnamento innovativo della moda. Ma i conti  avrebbe dovuto farli presto con il Fascismo che , se da un parte restava ancorato all’italianità da imporre anche all’abbigliamento , dall’altra accettava male che una donna ne diventasse la bandiera. Inevitabile che,  anche a seguito della promulgazione delle leggi razziali,   i rapporti con il  Regime  dopo gli anni Trenta si guastassero  suggerendo a  Rosa  - già in età pensionabile -  di ritirarsi  fuori Milano .  Alla fine della guerra i partiti e i movimenti  politici , favorevoli   -  a loro dire  -  a incoraggiare  una vera emancipazione  femminile ,   trovarono  in lei un gonfalone da sventolare  e la  Genoni ,  per i decenni che seguirono,  venne raccontata e considerata  preferibilmente più come  donna di impegno politico e sociale , come  “femminista”, che come sarta.
    “Rosa Genoni -    Moda e Politica:  una prospettiva femminista tra ‘800 e ‘900”   è il titolo di un libro  di Manuela Soldi uscito ora (editore Marsilio) :   studio importante,   guida del costume  preziosa  per la moda di fine Ottocento e dei primi decenni del Novecento.  Brava  Soldi,   anche se per le ragioni accennate non concordo pienamente sul titolo:  c’è differenza tra la politica emancipata, aperta , democratica e libertaria  della Genoni, e la titolazione  “femminista” del libro  che meriterebbe  altra interpretazione per una  Genoni alla quale un  femminismo vero e non di comodo  potrebbe rimproverare  ad esempio di non aver voluto schierarsi  per la concessione del voto alle donne. Il libro  di  Manuela Soldi  , che nell’’interpretazione  editoriale Marsilio    rivela  la zampata  sempre alta di  Rossella Martignoni,  è l’elaborazione della  tesi  di laurea per il corso   di Moda e Design di IUAV  , e si  chiude non a caso con una postfazione  di Maria Luisa Frisa .
Discutibile invece   la  “ micro- situazione- espositiva”  allestita  a Ca Pesaro per l’occasione:  spazio  defilato,  una stanzetta a piano terra, pochissimi abiti, pochi accessori,  immagini di figurini  che  a Milano erano  stati proposti  in versione originale e qui in fotocopia:   ma forse è una pagina di appunti per una mostra che ci aspettiamo  di vedere allestita con la qualità di sempre negli spazi  prestigiosi  del  Museo di Ca’ Pesaro  recentemente aperti anche alla moda.

Venerdì 9 Agosto 2019, 10:11
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