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Modi e Moda di Luciana Boccardi

Muore Azzedine Alaja: erede della
sua "libertà" è oggi Michele Miglionico

I  giornali francesi annunciano la morte dell’ “ultimo couturier”, l’ultimo sarto di Parigi che non è mai sceso a patti con niente che non fosse la perfezione, il lavoro manuale appreso dalla madre,  a Tunisi, dove Azzedine Alaja è nato nel 1940. L’annuncio della sua morte inattesa che lo ha colto a Parigi a 77 anni lascia un vuoto nel mondo della moda internazionale.
Innamorato da sempre   dell’arte sartoriale come espressione di bellezza, per  Alaja  - che  fin da ragazzo  dedicava  soste sognanti  davanti al guardaroba di una zia, famosa  ballerina a Tunisi – dopo gli  studi  compiuti presso l’Accademia tunisina di Belle Arti, vola a Parigi dove entra miracolosamente nel laboratorio di Dior per passare subito dopo a quello di Guy Laroche dove apprende la vera arte della sartoria manuale, lontano dalle suggestioni nascenti del pret-à-porter al quale prima o poi tutti gli stilisti approdano. Alaja – determinato nella decisione di non adeguarsi a sollecitazioni commerciali , avvia nel suo minuscolo atelier di rue Bellechasse,  nella Rive Gauche, un lavoro di vero e proprio sarto ad alta caratura.  Accetta la proposta di Thierry Mugler che gli affida la direzione artistica della sua Maison e con Mugler e Montana  intorno agli anni ’80  apre un atelier dove si alternano clienti che sarebbero ambitissime dalle  più grandi griffes:  Louise de Vilmorin, Simone Zehrfuss, Cècile de Rotschild, in seguito Grace Jones, Tina Turner. La sua pasione per la scultura caratterizza i suoi tagli decisi, i suoi abiti “scolpiti”. Indifferente alle mode e al trend,  Alaja continua la sua ricerca sul corpo femminile esaltando soprattutto la schiena e il fondo schiena che – sostiene – sono i  punti fondamentali di attrazione della donna. Le sue sedute di prova,  con la puntigliosa ricerca del perfetto per ogni abito,  diventano di lunghezza proverbiale. Scopre nuove modelle, compresa la quattordicenne Naomi che diventa la sua interprete preferita proprio “ per la qualità scultorea – dice il couturier – del suo “fondoschiena”. Non si adegua, resta ancorato al suo modo di vivere la moda, al di fuori di date e calendari  (non presento collezioni in date stabilite da enti o istituzioni ma quando sono pronto per il mio pubblico”!) ma  nonostante questo diventa famoso, cercato dai compratori più esigenti, fino all’ingresso da Bergdorf  Goodman a New York che gli apre le porte  del mercato americano. Lontani i tempi del primo atelier di rue Bellechasse,  Alaja  vive e lavora in un vecchio ostello restaurato da Julian Schnabel  in rue de la Verrerie. E’ lì che io lo incontrai intorno agli anni ’90 per la prima volta. Impossibile non rilevare con stupore che quella sua  statura così  piccola (penso non raggiungesse il metro e cinquanta) era inversamente proporzionale alla sua creatività, alla sua “arte”.  Assetato di indipendenza fino a rasentare la caduta economica  che si accompagnò anche a una forma importante di depressione,  Alaja venne “salvato” dall’intuizione di Miuccia Prada che gli porse una mano (concreta) per risollevarne le sorti e inserire contemporaneamente la sua griffe importante  nel brand Prada che volava già verso le grandezze che gli conosciamo oggi.
Schivo, simpatico solo quando gli piaceva esserlo, severo, apprezzato nei gradi più alti della critica entrò definitivamente nel mondo di un’arte sospesa, al di sopra della moda, con  la bellissima mostra che gli dedicò il Museo olandese di  Groningen nel ’93, dove i suoi abiti vennero presentati con opere scultoree di Andy Warhol, Picasso, Basquiat, Cèsar  . Restò famosa la frase con la quale nel 2011 rifiutò la proposta di diventare il direttore artistico di una delle più grandi griffes francesi della moda: “Grazie, no. Preferisco vivere”.
Ritiratosi dalla moda ufficiale,  Alaja continuò a vivere la bellezza nel modo più elitario senza rimpianti ma con la determinazione che accompagnò tutta la sua vita di lavoro e privata.  
Abbiamo conosciuto anche in Italia personalità di questo calibro, nella moda, anche se meno baciate da una fama universale: da Fausto Sarli, fedele fino alla fine alla sua scelta di restare  “con ago e forbici indipendenti”, ai nostri giorni che vedono un ex-emergente, divenuto griffe ad alta caratura, Michele Miglionico, divenuto griffe dell’alta moda italiana a caratteri maiuscoli, dichiarandosi al di fuori di ogni categoria” stilistica, fedele a uno stile creativo libero da sollecitazioni legate al successo effimero, al consenso ufficiale, deciso a continuare la difficile via dell’indipendenza intellettuale e artistica: la libertà di Azzedine Alaja.


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Domenica 19 Novembre 2017, 00:48
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