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Chiara Pavan
CHIARA LETTERA di
Chiara Pavan

"Parlare al buio", la sfida del romanziere
Villalta: «Speri che qualcuno ti ascolti»

Giovedì 17 Febbraio 2022 di Chiara Pavan
Nuova raccolta di racconti per Gian Mario Villalta, poeta e romanziere, direttore artistico di Pordenonelegge

Tutta “colpa” di una capra. E dell’amico scrittore Mauro Covacich che l’ha spinto a “buttarsi” nella narrativa. Gian Mario Villalta sorride ancora, un vero salto nel buio, per lui poeta, quella raccolta di racconti, “Sconfinare, il Nordest che non c’è” edita nel 1999 da Fernandel, firmata dagli autori “emergenti” all’epoca, come Vitaliano Trevisan, Gianfranco Bettin, Giulio Mozzi, Romolo Bugaro, Pietro Spirito, Marco Franzoso, Marilia Mazzeo, Roberto Ferrucci. Ma è proprio da quel racconto, "Parlare al buio", dominato da un ragazzo che annega nel tentativo di salvare una capra, che il Villalta-poeta scopre quanto sia potente lasciarsi «affascinare dalle storie che reinventavo. E dal tempo che in queste storie rinasceva». In fondo, «l’unico modo che abbiamo di afferrare il tempo è quello di raccontarli». Ecco allora che quella prima “prova” da romanziere del direttore artistico di Pordenonelegge arriva da oggi in libreria, insieme ad altri racconti scritti intorno al 2000, in “Parlare al buio” (Sem ed.), sguardo lucido e profondo nella nostra provincia investita e sconvolta in pochi decenni da ondate di mutamenti. Un libro che all’epoca fu pubblicato col titolo “Un dolore riconoscente” da Transeuropa, fallita poco dopo, e mai arrivato in negozio «se non forse in 30 copie», come ricorda Villalta, «con una prima e unica presentazione. Una storia che finisce ancora prima di iniziare».

Un ritorno che diventa un nuovo inizio.

«Già: il libro è lo stesso di 20 anni fa, non ho cambiato quasi niente, se non qualche refuso o piccoli aggiustamenti interni. Oggi non smentirei nulla: anche perché racconta i grandi cambiamenti, le svolte del secolo, che non sono solo comunicative, ma investono anche l’identità delle persone. L’orizzonte è diventato frammentario, e frammentario è ricostruire il passato».

I racconti partono dal 1999 e tornano indietro nel tempo. Come mai questa scelta?

«Mentre il romanzo mette insieme il tempo e ricuce i vuoti, io volevo che questi singoli episodi, andando all’indietro, rendessero problematica la costruzione di un comparto tempo-passato. Dalla mia infanzia ad oggi ci sono state fratture molto forti e significative. Se non pensiamo ai singoli episodi, crediamo che la continuità della vita sia salva, perché la nostra mente rattoppa i vuoti, ancora di più andando in successione. Ma se si va all’indietro, manca questa funzione di rattoppamento: ecco allora che il mondo in cui vivevi quando avevi 10, 20 o 30 anni ti appare fatto di mondi diversi, con visioni, parole, regole diverse».

La frattura tra mondo contadino e l’oggi è evidente.

«Erano anni di cambiamento: cominciavano ad arrivare lavatrice, frigorifero, riscaldamento, pensavi che la vita sarebbe stata sicuramente più interessante. Ma allo stesso tempo, senza saperlo, tutto quello che avevi sotto i piedi stava scomparendo, perdevi elementi di attaccamento al tuo ambiente».

Come vi siete incontrati lei e Covacich?

«A scuola, dove insegnavo: ci siamo trovati nella sala libera in cui mi rifugiavo a leggere. Ci siamo incontrati lì, ignari l’uno dell’altro. E abbiamo iniziato a parlare: ci interessavano le stesse cose, libri, letteratura, filosofia, poesia. Insomma, un’amicizia nata sui libri e proseguita fuori dalla scuola. Poi ad un certo punto Mauro arriva con la proposta dell’antologia “Sconfinare” e mi dice: perchè non facciamo qualcosa insieme?».

La famosa capra...

«Esatto (risata): Mauro dice troviamo un soggetto, poi ognuno scrive per sè. Comincio io, gli porto il mio racconto, a lui piace molto, e prosegue col suo. Così escono l’uno accanto all’altro, il mio “Parlare al buio (la capra 1)” e il suo “Snow (la capra 2)”. Ma all’epoca lui era in un momento pulp-cannibalico e... mi aveva brutalizzato la capra!».

Perchè “parlare al buio”?

«Il protagonista del racconto che dà il titolo parla a qualcuno, ma non sa chi ci sia dall’altra parte. In fondo è un po’ la condizione dello scrittore: speri ci sia qualcuno che ti ascolta. Nello stesso tempo, tuttavia, si parla anche di noi adesso: sono esplose talmente tante forme di scrittura che... si spera qualcuno ascolti. Ma non c’è modo di sapere. Il buio, appunto». 

Ultimo aggiornamento: 22:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA