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Chiara Pavan
CHIARA LETTERA di
Chiara Pavan

Ray Donovan, il gran finale di un gioiellino "pulp"

Domenica 30 Gennaio 2022 di Chiara Pavan
Liev Schreiber nei panni di Ray Donovan e sotto Jon Voight

Le colpe dei padri ricadono sui figli, Ray Donovan lo sa, anche se per tutta la vita prova a sfuggire alla legge della violenza. La legge del padre. Ray Donovan, come il Mr Wolf di “Pulp Fiction”, è l’uomo da chiamare quando si deve fare pulizia: mette le cose a posto, crea alibi, fa sparire i cadaveri dei ricchi clienti di Hollywood, olia i meccanismi a suon di mazzette. E quando serve, usa le maniere forti. Poche parole, faccia impassibile, mazza da baseball a disposizione quando i pugni non bastano, sempre impeccabile nel suo completo scuro anche se si ubriaca o fa a cazzotti, il tormentato Ray Donovan cui Liev Schreiber regala lo sguardo dolente e sexy dell’eroe cui donne e boss non sanno dire di no, per sette stagioni ha dominato la saga familiare creata da Ann Biderman, in onda su Showtime dal 2013 al 2019. Un gioiellino pulp che ora si chiude con “The Movie”, diretto dallo storico regista della serie tv David Hollander, che l’ha scritto con il protagonista.

LO SGUARDO

Un film arriva dopo la cancellazione improvvisa della serie, tra le proteste dei fan che hanno costretto i produttori a “concludere” meglio l’epopea segnata dall’odio filiale dei Donovan, irlandesi cresciuti nella cattolicissima e malavitosa Boston dei quartieri poveri, devastata dai preti pedofili, tra padri assenti, rabbia pronta a esplodere e sogni impossibili di riscatto. Il film sintetizza e nello stesso tempo porta a compimento il percorso di tutti i personaggi, partendo proprio dal duo che genera la storia. Ray Donovan, infatti, vive riflesso nella figura del padre Mickey, il magnifico Jon Voight: è l’eterno contrasto che per vivere ha bisogno del suo esatto opposto. Pericolante e amabile funambolo sospeso tra gentilezza ed egoismo, patriarca fedifrago che abbandonò i figli e la moglie morente, sciupafemmine e criminale gentiluomo, nonno dolce con i nipoti e manipolatore con i suoi figli, Mickey è un diavolo buono che nessuno dei fratelli vuole veramente esorcizzare. E Ray, senza volerlo, rappresenta lo sforzo costante e nello stesso tempo impossibile di salvare il salvabile, sempre e comunque, in una famiglia disastrata che non riesce a sfuggire alla “maledizione” di Mickey: ecco allora il fratello Terry (Eddie Marsan), pugile col Parkinson, quindi Bunchy (Dash Mihok), omone con la mente di un bimbo causa incontri troppo ravvicinati coi preti, poi il fratellastro afroamericano Daryl (Pooch Hall) in perenne debito d’affetto, e infine la giovanissima Bridget (Kerris Dorsey), la figlia di Ray, quella destinata a portare su di sè il carico di dolore e violenza di famiglia.

 

 

IL FILM

L’atto finale della serie tv è una cupa discesa agli inferi che punta ad un’inevitabile resa dei conti. Tra padre e figlio, in primis. Ma anche tra il Ray “duro” che deve sempre e comunque sistemare tutto, e quella parte di sè seppellita sotto strati di silenzi per non far riaffiorare dolore, rabbia, il senso di abbandono. Il film parte subito pompando rock, i momenti clou del passato scorrono veloci tra voci e chitarre dei Wolf Parade (guarda caso in “You are a runner and I am my father son”), poi i Donovan si ritrovano tutti a casa di Ray, dopo il funerale del compagno della figlia appena morto, vittima collaterale di un ennesimo colpo finito male di Mickey. Ray, così, decide di esorcizzare la “maledizione” una volta per tutte e di braccare il padre, che con le sue movenze da bulletto di quartiere continua a pensare di poterla fare franca. Torna a Boston, culla di tutti i veleni. E mentre si muove fra le rischiose situazioni in cui lo trascina Mickey, ripercorre gli anni della sua tormentatissima infanzia e giovinezza, con i fratelli sotto scacco di preti, la sorella suicida, la mamma malata terminale e il papà battitore libero sempre alla ricerca donne, soldi facili e qualche riga di cocaina.

Tornare al passato, tuttavia, spinge Ray lontano dal futuro. Hollander si incolla al volto indurito di Schreiber, lo segue nella notte mentre guida, beve, si apposta, pedina, minaccia, lo osserva tentare di “sistemare” per l’ennesima volta i guai di famiglia, rinunciando a tutto. Perchè ogni cosa bella, in “Ray Donovan”, si contamina di violenza. Alla fine, come esige il ruolo, sarà fatta pulizia, ma non come Ray avrebbe voluto. E “l’eredità”, quella di dolore e violenza, passerà suo malgrado alla figlia Bridget. Sospeso sempre nel limbo grigio tra verità e menzogna, nell’eterno chiaroscuro tra dovere e cinismo, “Ray Donovan” si chiude così sullo sguardo afflitto dello psicanalista Alan Alda, l’unico cui Ray può affidare parte delle proprie verità, in una lunga confessione telefonica che dura l’intero film. Un addio che porta Ray, in un certo senso, a far pace col padre, a comprenderlo senza doverlo più combattere. Perdendo il suo antagonista, Ray può finalmente lasciar riaffiorare un bel ricordo d’infanzia, di lui, bambino, pronto a tuffarsi in piscina affidandosi all’abbraccio del padre. 

Ultimo aggiornamento: 15:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA