«Ha sgozzato l'agnello davanti
a suo figlio di 23 mesi e l'ho ucciso»

PER APPROFONDIRE: agnello, carabinieri, casa, droga, genero, suocero
Il genero ucciso davanti casa
VICENZA - Ha reso una confessione piena ed incondizionata - ha riferito il suo legale - Salvatore Cipoletta, l'uomo di 53 anni che ieri a Vicenza ha ucciso con un colpo di pistola il genero di origini yemenite, Haidar Rohay Ahmaed Al-Tawil, per aver fatto assistere ai due figli piccoli al rito islamico del sacrificio di un agnello.



Secondo quanto si è appreso, la chiave del delitto sarebbe tutta in un sms che il 53enne di origini napoletane aveva inviato nel pomeriggio al marito della figlia: «Fai quello che ti pare, ma non davanti ai bambini». Tra i due c'era però anche un legame di denaro, frutto del traffico di droga gestito dallo yemenita che con il ricavato aiutava economicamente il suocero. Cipolletta, sposato, pensionato, padre di un figlio ancora minorenne, è in carcere a Vicenza, con l'accusa di omicidio volontario premeditato.

In passato l'uomo aveva già avuto qualche guaio con la giustizia per questioni di droga e armi. La notte scorsa, davanti ai carabinieri, ai poliziotti della mobile e al pm Monica Mazza ha reso quella che il suo avvocato, Elena Peron, ha definito una piena confessione. L'uomo era arrivato ieri verso l'una a casa della figlia Cristina, 24 anni e del genero Ahmed al Tawil. Con lui anche il figlio. Erano stati invitati a pranzo nella giornata del sacrificio che gli islamici celebrano sgozzando un agnello. E quell'agnello era lì, nel garage, ancora grondante sangue.



Una scena che non era stata risparmiata al nipotino di 23 mesi, e che - dopo le telefonate e gli sms sempre più duri tra genero e suocero - ha scatenato la reazione di Cipoletta, conclusasi con l'uccisione del marito 29enne della figlia. Nella casa e nell'auto dello yemenita i carabinieri hanno trovato 678 grammi di hashish, oltre a mille euro in contanti nascosti in un armadio. Cipolletta, che non aveva di che vivere, ha ammesso davanti agli inquirenti di aver tirato avanti proprio grazie al denaro che il genero gli passava, e di aver saputo che i soldi erano frutto di un giro di droga.



Con Ahmed il 53enne aveva già avuto sei anni fa un violento scontro fisico, e quest'ultimo aveva avuto la peggio. Così ieri, quando il genero lo ha minacciato nuovamente, Cipolletta è tornato a casa, ha preso una pistola tipo "Derringer", artigianale e modificata per diventare letale, si è appostato fuori dalla casa del genero. Lo ha attirato fuori dall'abitazione con un altro sms, ed è partito con la sua Fiat "Palio", arrivando a frenare a poca distanza dal giovane yemenita. Ne è nata una nuova discussione, durante la quale Cipoletta ha minacciato Ahmed di sparagli, questi ha reagito piazzandogli un pugno in faccia, attraverso il finestrino. Dopodiché il suocero ha punta la pistola, facendo fuoco. «Volevo solo minacciarlo, non ucciderlo» avrebbe ripetuto più volte l'uomo nell'interrogatorio. Poi la breve fuga, l'arrivo in un bar e la richiesta di farsi offrire l'ultima birra, prima di chiedere alla barista di chiamare i carabinieri.



«Il mio cliente è disperato, non si capacita ancora di aver ucciso il genero. Non capisce come possa essere partito il colpo di pistola. Tra l'altro non aveva neppure mirato. E poi è affranto, il suo più grande dolore è di aver distrutto due famiglie, la sua e quella della figlia e di non poter più vedere i nipotini a cui è attaccatissimo». Così all'Adnkronos l'avv. Elena Peron, difensore di Salvatore Cipoletta, spiega lo stato d'animo dell'uomo che ieri sera ha ucciso con un colpo di pistola il genero di origini yemenita.
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Mercoledì 16 Ottobre 2013, 18:04






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