Bambino stretto nella guerra fra i genitori:
«Non riusciva neppure a dire "papà"»

Bambino portato via da scuola: il padre e la mamma con la zia

di Giuseppe Pietrobelli

PADOVA - Un bambino «intelligente, vivace e simpatico» finito nella guerra tra due genitori che hanno portato il loro conflitto personale alle più radicali conseguenze. Un bambino-vittima in una guerra più grande di lui, che andava fermata subito, per ridare uguale valore al padre e alla madre, imprescindibili figure di riferimento nella sua crescita. Un bambino fragile, ma normalissimo, anche se incapace non solo di mostrare amore per il padre, ma soltanto di chiamarlo papà. Un piccolo che ha trascorso la sua vita dentro un calvario umano lastricato più da carte bollate e denunce penali, che da buoni sentimenti. Quando i giudici della Sezione Civile Minori della Corte d’Appello di Venezia vergavano le nove pagine di motivazioni con cui decidevano l’allontanamento del piccolo dalla madre, non pensavano che il decreto avrebbe scatenato un pandemonio. Invece, quelle immagini dello scolaro portato via con la forza, mercoledì mattina dalla scuola elementare di Cittadella (Padova), sono state un affronto per tutti. A cominciare dal buon senso.



Dolore e burocrazia. È sofferto il percorso argomentativo dei giudici presieduti da Giuseppe Silvestre, anche se scritto un po’ in burocratese, un po’ con espressioni tipiche della psichiatria forense. La decisione, del 13 luglio scorso, è stata pubblicata il 2 agosto, e avrebbe dovuto diventare esecutiva entro il 25 agosto. Per modificare una precedente decisione del Tribunale dei Minorenni del dicembre 2010, accogliendo così il ricorso del padre-avvocato, le toghe si sono avvalse di un perito psichiatrico.



«Usare discrezione». Eppure un riflesso condizionato aveva indotto i cinque giudici (tre togati, due componenti privati) a raccomandare la prudenza. Il bimbo andava tolto alla madre e «in mancanza di uno spontaneo accordo o esecuzione degli adempimenti, l’attuazione delle disposizioni saranno adottate dal padre affidativo, che potrà avvalersi - se strettamente necessario - dell’ausilio dei Servizi Sociali e della Forza Pubblica, da esplicarsi nelle forme più discrete e adeguate al caso». Sappiamo come è andata a finire.



Sette anni contro. La sentenza di separazione dei coniugi è del 2005. Nel 2009 un primo decreto del Tribunale dei Minorenni indicava come i genitori avrebbero dovuto comportarsi nei rapporti con il figlio. Poi la dichiarazione di decadenza dalla patria potestà della madre. «Il decreto del 2009 non fu attuato - scrivono i giudici - per la netta ostilità della madre. Gli incontri del bambino con il padre sono stati del tutto sospesi per iniziativa della madre dal settembre 2010. Sono ripresi solo l’8 febbraio 2012, in uno Spazio Neutro a Padova, con l’assistenza di un educatore». Ma il figlio non è mai andato a casa del padre e non ha più avuto rapporti con la sua famiglia.



«Come un’auto in corsa». I giudici attribuiscono, sulla base degli atti, una buona dose di responsabilità alla donna. «L’attuale situazione del minore è gravemente rischiosa per la sua evoluzione psicofisica». E usano un esempio. «È come un’auto in corsa diretta a velocità sostenuta verso una direzione, ma che è poi sottoposta a una brusca frenata resa necessaria da un cambio di direzione, che lo porta in direzione contraria». Una vittima di comportamenti dissocianti, frutto dei contrasti dei genitori.



«Un conflitto sterile». Secondo la Corte d’Appello il risultato è sconcertante. Il bimbo non riconosce la figura paterna. Non lo chiama "padre o papà". Lo disprezza e non prova sensi di colpa per questo sentimento. Dimostra un’«assoluta adesione alla madre» e lei «un potere assoluto sul figlio». La cornice è di «un conflitto sterile e stressante» tra adulti. Invece, il bambino deve poter avere «accesso alle figure genitoriali di riferimento, entrambi imprescindibili per la sua crescita».



«Vada in istituto». «Questa Corte condivide (con il perito, ndr) la necessità di allontanamento dalla madre, per aiutarlo a crescere, per imparare a resettare e reinventare i propri rapporti affettivi». Questa la motivazione che fissa in un anno il tempo di permanenza in una comunità di accoglienza. Nel frattempo i genitori dovranno continuare percorsi terapeutici, attuare un programma finalizzato alla «mediazione del conflitto». Intanto il bimbo è affidato al padre che lentamente dovrà imparare a entrare di nuovo in relazione con lui. La madre? «Una valutazione sulla decadenza della potestà genitoriale sarà valutata dopo le vacanze del 2013». Venti giorni con mamma, venti giorni con il papà.
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Venerdì 12 Ottobre 2012, 09:06






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