C'è una "bomba" sotto il Montello: faglie
attive, è la zona a più alto rischio sismico

Il Trevigiano è da sempre soggetto a questi fenomeni (usatoday.com)

di Mauro Favaro

TREVISO - E adesso? Ci saranno altre scosse? E l'epicentro potrà spostarsi anche verso il Veneto? Sono racchiuse in queste domande, senza risposte certe, le preoccupazioni dei trevigiani ingigantite dai terremoti che nelle ultime settimane hanno devastato l'Emilia.



Terremoto: la mappa dei danni in Veneto



In realtà la Marca a rischio sismico lo è da sempre.
Lo sa bene Giovanni Toffolon, geologo di Motta che da anni lavora come consulente per la Protezione civile e per i Comuni impegnati nella pianificazione territoriale.



Insomma, cosa ci dobbiamo aspettare? «Le scosse, purtroppo, sono ancora impossibili da prevedere. Ma è certo che l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ha già inserito la nostra provincia nella classificazione di rischio. La Marca è essenzialmente divisa in due: da una parte c'è la pedemontana, di livello due, che potrebbe anche risentire di forti terremoti provenienti dalle aree ad alto rischio del Friuli, dall'altra la pianura, di livello tre, dove - anche se con epicentri più superficiali - le scosse potrebbero farsi sentire comunque».



Tradotto? «Tradotto prendendo la scala Mercalli, che misura gli effetti che il terremoto ha sulle strutture, l'intensità macrosismica massima prevista in pianura può arrivare al 7. grado (magnitudo compresa tra i 4.7 e i 5.1 gradi scala Richter, ndr), mentre quella messa in conto nella pedemontana è maggiore e, verso nord, può teoricamente raggiungere anche il 10. grado» (oltre 7 gradi scala Richter, ndr)".



Settimo grado vuol dire difficoltà a stare in piedi, danni alle murature, suono delle campane e formazione di onde sugli specchi d'acqua, mentre decimo significa distruzione di gran parte delle murature. Ma la pianura, a partire da quella emiliana, non era al sicuro? «La zonazione è da rivedere. Poi bisogna dire che sotto il modenese esiste una struttura geologica particolare dell'Appennino presa in considerazione già 30 anni fa».



Nel trevigiano ci sono punti più critici di altri? «Sotto il Montello, ad esempio, ci sono delle faglie attive: è una collina giovane uscita in mezzo alla pianura ed è passato tanto tempo dall'ultimo terremoto importante. Se la compressione non si scarica di continuo a un certo punto potrebbero esserci scosse anche di forte entità. È il rischio più elevato, sulla carta».



Come ci si può riparare? «Senza allarmismi o sensazionalismi, ma investendo nel territorio e studiando le mappe di microzonazione sismica. Senza dimenticarsi di quanto accaduto, tranne poi ritirarlo fuori al prossimo terremoto».



E anche con strutture antisismiche, come purtroppo insegnano i capannoni emiliani. «La normativa è vincolante dal 2003 e le norme tecniche per la costruzione sono del 2008. Tutto quello che è stato costruito prima, se non adeguato, è stato fatto senza la classificazione. E così rimane, perché non c'è alcun obbligo di adeguamento». Insomma, bisognerebbe mettersi a lavorare tra un terremoto e l'altro, senza mai dimenticare.
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Giovedì 31 Maggio 2012, 09:30






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