La storia/ Lasciano il lavoro e partono per
l'Australia: «Una nuova prospettiva di vita»

Filippo Casagrande e Matteo Mazzucco

di Tiziano Graziottin

TREVISO - Ministri e affini li hanno variamente definiti, i nostri ragazzi: bamboccioni, mammoni, sfigati. Al tavolo di una pizzeria, due giorni prima di partire per l’Australia, Taddeo e Filippo ti fanno pensare che il vizietto di generalizzare tipico della casta – si tratti di politici o tecnici "risanatori" – continui a produrre equivoci. Loro due se ne sono andati dall’Italia, pronti a fare di tutto, sulle orme di altri 50mila ragazzi dello Stivale che - secondo i dati del Dipartimento immigrazione australiano - negli ultimi tre anni hanno preso un volo per l’altra parte del mondo. Taddeo Mazzucco ha 19 anni, è di Nervesa come gli altri amici che con lui hanno fatto la valigia per Sydney, Filippo Casagrande (21) e Andrea Bernardel (20); un altro ragazzo nervesano, Mattia Callegari, 23 anni, li ha prelevati all’aeroporto per portarli nell’appartamento che sarà la testa di ponte del quartetto per il loro viaggio nel futuro.



Così se ne va dall’Italia e dal Veneto la meglio gioventù, quella che non ne può più delle incrostazioni del Belpaese e dei troppi furbetti del quartierino che campano sulle spalle degli altri. E’ un esodo impressionante, che porta via il sangue fresco del Paese: non solo e non tanto "i giovani", ma soprattutto quelli che tra loro sono pronti a mettersi in gioco, a rischiare, a rimboccarsi le maniche. Se da una piccola città di provincia come Montebelluna sono partiti negli ultimi mesi una ventina di giovani tra i 18 e i trent’anni, come ci confermano all’agenzia locale della Utpull, significa che il passaparola è un fiume in piena e che c’è un’intera generazione con la valigia in mano.



Emigranti come i loro nonni, Taddeo e Filippo non vanno per fare "un’esperienza"; o meglio, su quella vogliono costruire un futuro fuori dell’Italia. Idraulico l’uno, pizzaiolo l’altro, non sono disoccupati, non è il lavoro che gli manca. Perché allora sbattere la porta e andarsene, perché lasciare affetti e certezze per quello che a tanti potrebbe apparire, e forse è, un salto nel vuoto? «Lo so – spiega Taddeo – anche tanti amici mi chiedono chi ce lo fa fare. Io rispondo: perché non dovremmo farlo, cosa abbiamo da perdere? Qui è sempre peggio, nell’azienda in cui lavoravo eravamo 18 e ora sono in nove, gli straordinari che consentivano di mettere assieme uno stipendio decente non si fanno più. Se vivi da solo servono almeno 4-500 euro per un affitto o un mutuo, devi rinunciare a tutto per arrivare a fine mese. Quello che mi spaventa non è il periodo duro che mi attende in Australia, ma non riuscire ad avere un futuro qui».



Filippo, diplomato geometra, potrebbe continuare a lavorare in pizzeria, ma non se la sente più. «Qui tira brutta aria, la crisi te la senti addosso. Vado via perché voglio avere una prospettiva di vita, voglio guadagnare decentemente e mettere da parte qualcosa per farmi una famiglia, avere un orizzonte che non sia il tirare avanti giorno per giorno. Certo, con 900-1000 euro al mese vivi anche qui, ma stai sempre lì a fare i conti di quello che puoi o non puoi fare, e non hai nemmeno i margini per una vita da giovane. Meglio farsi il mazzo a Sydney che diventare vecchi in questo modo».



Futuro e prospettiva sono le parole chiave, ricorrenti nella conversazione: quelli che ci hanno provato – dicono – ce l’hanno fatta. Taddeo e gli altri sono partiti con un visto vacanza e lavoro di un anno, rinnovabile di un altro anno; la sfida sarà trovare, alla fine, un imprenditore che dica "io punto su questo ragazzo". «Sappiamo – continua Filippo - che per il primo periodo sarà durissima, dovremo impegnarci nei lavori che gli australiani non vogliono più fare, proprio come gli immigrati che vengono qui in Italia. Con la differenza che lì c’è un sistema di regole vero da rispettare, se non lavori fuori dalle p... Per dirne una: se ti beccano che lavori in nero ti accompagnano all’aeroporto senza neanche consentirti di passare a prendere le tue cose a casa. E’ il Governo che stabilisce in quali settori potremo essere impiegati, e non c’è da scherzare: agricoltura, la vita più dura nei ranch di frontiera; e poi edilizia, miniera, pesca d’altura. Ma io voglia di lavorare ne ho, sono pronto».



I conti, ovviamente, li hanno fatti: «L’appartamento l’abbiamo trovato su internet - precisa Taddeo – il nostro compaesano Mattia, che è lì da otto mesi, è andato a vederlo e ci ha detto che è ok. In una settimana ci paghiamo l’alloggio, il resto ci viene in tasca. Io non vado in Australia per restarci sei mesi o un anno, se ce la faccio mi fermo lì tutta la vita». E la determinazione che si legge nei suoi occhi rivela che dietro questa frase c’è veramente la nausea per un Paese, il nostro, che di prospettive non riesce più a darne, e tanto meno sogni. «Sì, anch’io vado per restare lì – osserva Filippo – penso sia una grande occasione. Non abbiamo niente da perdere, non può andar male».



Non è scontato, in realtà, che al capolinea del biennio ci sia un posto di lavoro a titolo definitivo: il Governo australiano sta riducendo gli ingressi, ormai sono arrivati fin troppi italiani. Cuochi e pizzaioli, ad esempio, gli aussie non ne vogliono più. «Eh - allarga le braccia Filippo - se va male si torna a casa con un’esperienza straordinaria, conoscendo bene una lingua, dopo aver visto tanti posti nuovi. Ma io alla morosa ho detto che mi raggiungerà, quando sarò australiano per sempre».
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Mercoledì 22 Febbraio 2012, 15:31






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