Uccise la ex per il tablet, per il giudice merita 30 anni senza alcuna attenuante

Uccise la ex per il tablet, per il giudice merita 30 anni senza alcuna attenuante

di Stefano Buda

Un omicidio commesso con raggelante lucidità, al culmine di una lite scoppiata per ragioni banali e con modalità tali da non meritare alcuna attenuante. Non lasciano spazio a dubbi le motivazioni che accompagnano la sentenza con la quale la Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila, nel marzo scorso, ha confermato la condanna a 30 anni di reclusione a carico di Davide Troilo, il 35enne pescarese che il 2 dicembre del 2016 uccise a coltellate la sua ex fidanzata Jennifer Sterlecchini, di appena 26 anni.

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«Le modalità di esecuzione, con l’inflizione alla vittima di ben 17 colpi di coltello – osservano i giudici - la dimostrata capacità dell'imputato di alterare le prove a suo carico al fine di simulare un'aggressione reciproca, financo autoinfliggendosi lesioni, e il precedente penale a suo carico per reati contro la persona, ostano alla concessione delle attenuanti generiche».

Il delitto si consumò tra le mura dell’abitazione di Troilo. Vittima e carnefice si erano appena lasciati e la ragazza, accompagnata dalla madre e da un'amica, quel giorno si recò a casa dell'ex fidanzato per recuperare i suoi effetti personali. Inizialmente si svolse tutto senza problemi. Poi, improvvisamente, la porta di casa si chiuse e si udirono le urla disperate di Jennifer. La madre e l'amica si trovavano all'esterno e non riuscirono ad entrare. Quando le forze dell'ordine giunsero sul posto, trovarono Jennifer a terra, in una pozza di sangue, e Troilo disteso al suo fianco.

A scatenare la furia omicida di Troilo non fu, come evidenziato nelle contestazioni iniziali, il risentimento per la fine della relazione, ma la mancata restituzione di un tablet da parte della ragazza. Una discrepanza sulla quale ha provato a fare leva l’avvocato della difesa, Giancarlo De Marco, nel tentativo di far cadere l'aggravante dei futili motivi. De Marco, nel suo ricorso, ha infatti argomentato che l’imputato è stato condannato sulla base di un movente diverso da quello contestato originariamente, ma la Corte aquilana rileva che il giudizio non deve limitarsi «ad apprezzare se nella contestazione siano contenuti gli stessi elementi del fatto costitutivo del reato ritenuto in sentenza, ma deve valutare se un'eventuale trasformazione, sostituzione o variazione di detti elementi abbia realmente inciso sul diritto di difesa dell'imputato», specificando che «non può ravvisarsi una non consentita immutazione qualora il fatto ritenuto in sentenza, ancorché diverso da quello contestato, sia stato volontariamente prospettato dallo stesso imputato». E al riguardo i giudici rimarcano «che la riferibilità della condotta omicidiaria alla mancata restituzione del tablet è desumibile dalle dichiarazioni dello stesso imputato, sul punto reiterate e sostanzialmente concordanti». Peraltro vengono citati una serie di messaggi whatsapp, che Jennifer e Troilo si scambiarono poche ore prima del delitto, nei quali la ragazza fece ricorso ad una serie di pretesti per non restituire il tablet.
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Sabato 15 Giugno 2019, 09:40






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