Il caso Poli: così la nicchia artigianale
della grappa sopravvive al 'progresso'

PER APPROFONDIRE: artigiana, bassano, grappa, nicchia, poli, schiavon
Il caso Poli: così
la grappa artigianale veneta sopravvive
al "progresso"

di Maria Elena Mancuso

SCHIAVON - Hanno fatto dell’azienda di famiglia un vanto per il territorio. Sono sopravvissuti egregiamente alle crisi di settore ed economiche, e oggi diventano anchor points, punto di riferimento italiano di Erih (European Route of Industrial Heritage). Una rete che valorizza il patrimonio archeologico industriale europeo, promuovendo il turismo d’impresa.



Stiamo parlando di Jacopo, Andrea e Barbara i tre fratelli che, insieme a mamma Teresa e a Cristina, la moglie di Jacopo, sono il cuore e il volto delle Distillerie Poli.



“La nostra è un’azienda a carattere familiare”, spiega Jacopo. Dei tre fratelli è lui l’anima commerciale dell’azienda, ed è lui a raccontarci come siano riusciti a superare gli ostacoli trasformando le difficoltà in punti di forza, sino a raggiungere questo nuovo importante traguardo.



“A dire il vero non credo esista una formula magica per superare le crisi. Se così fosse, la applicheremmo con metodo e la nostra azienda non avrebbe mai periodi bui. Ma le cose non stanno esattamente in questo modo. E se oggi siamo “in forma”, è solo grazie a tanto impegno e, probabilmente, a una buona dose di fortuna. Sì, credo che il destino ci abbia messo lo zampino. Noi abbiamo fatto il resto”.



Una famiglia, una passione





Il resto sono istinto, curiosità, passione.



“E quattordici ore di lavoro al giorno, sabato compreso, a volte anche le domeniche. Fortuna che c’è mamma Teresa, che oltre ad essere il presidente onorario dell’azienda, è una nonna amorevole che si prende cura dei nipoti. Poi c’è Andrea che cura la parte tecnica, Barbara l’amministrazione e mia moglie Cristina che si occupa dei musei. Con noi una quarantina di dipendenti in tutto, oltre alla stima, il sostegno e l’affetto del territorio che ci hanno aiutato a diventare quello che siamo oggi”.



E non è sempre stato tutto rose e fiori.



“Quando all’inizio degli anni Ottanta io e i miei fratelli cominciammo a occuparci dell’azienda, la situazione era davvero critica. Per via della concorrenza con le grandi distillerie industriali, le realtà artigianali come la nostra erano state decimate. Si era passati dalle duemila piccole distillerie degli anni Sessanta, a circa un centinaio di sopravvissute vent’anni dopo. Noi lavoravamo ancora con l’alambicco in rame che usava il bisnonno nel 1898, impossibile competere con aziende che imbottigliavano ettolitri di grappa in stabilimenti mastodontici e a costi più bassi. Bisognava trovare una soluzione alternativa.

A guidarci, più che una chiara strategia, fu l’istinto che, andando controcorrente, ci fece comprendere come quella tecnologia “obsoleta” poteva essere invece il nostro punto di forza. Alle caldaie del bisnonno Giobatta, a quelle aggiunte poi da nonno Giovanni nel ’56 e da papà Toni nel ’64, ne aggiungemmo altre tre e con le dodici caldaie del nostro storico alambicco di rame, cominciammo quest’avventura. Si decise di puntare sulla tradizione, anziché sull’innovazione tecnologica. Sulla qualità, anziché sulla quantità. Diminuendo i mesi di distillazione da sei a due ed eliminando la fase di stoccaggio delle vinacce per distillare subito il prodotto fresco e preservarne così aromi e profumi”.



Queste le scelte tecniche, ma la sfida più grande, forse, è stata quella culturale, intrapresa per cercare di combattere l’aura di pregiudizi e stereotipi che da sempre accompagnano la grappa.



“Se è vero che questo prodotto fa parte della tradizione della nostra terra e la sua dimensione familiare ha un valore storico ed emozionale grandissimo, è anche vero che la grappa non è solo camicie a quadri, bevute da osteria e canti di montagna. Affascinati dalla storia della distillazione e dall’infinito bagaglio culturale che quest’arte porta con sé, abbiamo così cominciato a raccogliere i 1600 volumi, antichi e moderni, che sono il nucleo originale del primo Museo della Grappa di Bassano. Poi è stata la volta del secondo museo realizzato a Schiavon e, infine, delle visite guidate in stabilimento. Abbiamo cercato di coinvolgere la gente allo scopo di far capire loro quali siano la storia, l’anima e il vero valore della grappa. Ci siamo messi in gioco svelando cosa si cela dietro ogni etichetta. E probabilmente questa scelta è stata la vera chiave di volta. Abbiamo mostrato a chi viene a trovarci ogni giorno, i volti, i sorrisi e l’impegno delle persone che lavorano, con cura e passione, nel rispetto delle tradizioni, restituendo loro parte di quelle emozioni che sono l’elemento fondamentale di questo distillato".



Il riconoscimento dell’Erih arriva oggi a confermare che la scelta dei Poli è stata un valore aggiunto per tutti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Giovedì 23 Luglio 2015, 16:56






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3 di 3 commenti presenti
2015-07-25 00:48:47
no coppertone, io conosco le varie grappe di poli e le apprezzo molto perchè sono prodotti di alta qualità acquistane qualcuna se passi nel loro negozio e vedrai!!!
2015-07-24 14:29:57
che coppertone ne fosse un estimatore..... non avevo dubbi. Si era già capito.
2015-07-24 13:08:32
basta che non sia come la nardini. tanto museo ma alla fine la grappa è fatta in uno stabilimento moderno. buona, per carità, ma di certo non fatta con i vecchi alambicchi.