VENEZIA - Gianni Da Campo è sempre stato un regista, per quanto la sua produzione

VENEZIA - Gianni Da Campo è sempre stato un regista, per quanto la sua produzione sia piuttosto limitata, per niente interessato a cavalcare le onde del suo tempo, preferendo i percorsi più personali e intimistici con i suoi personaggi tormentati.
Nato nel 1943 a Venezia, Gianni Da Campo è morto ieri, a 71 anni, dopo una breve malattia. «Individualista ma generoso, accorato narratore dell'amore», lo ricorda così Carlo Montanaro, storico veneziano del cinema, mandando un'email nel primo pomeriggio per dare la notizia. E in queste brevi parole c'è l'essenza di un artigiano del cinema, un appassionato più che un vero professionista, insegnante di lettere, traduttore e tra i più importanti conoscitori in Italia dell'opera di George Simenon.
Il suo cinema guardava avanti. Forse anche troppo. Tematiche forti per l'epoca: la repressione delle istituzioni, dalla famiglia alla Chiesa, fino all'omosessualità e la pedofilia. Film molto particolari, che gli hanno sempre complicato la possibilità di una diffusione ampia. Magari non perfetti, ma ricchi di sensibilità e umanità.
Proprio due anni fa la Mostra del Cinema, in una delle sue retrospettive, proiettò "Pagine chiuse", la sua opera d'esordio, che all'epoca (era il 1968) passò al festival di Cannes, tra molte polemiche, trattando la vita di un ragazzo che finisce in un collegio, dopo il divorzio dei genitori. Il film guardava a Vigo e Truffaut, ma al tempo fu relegato alla proiezione del mattino e puntualmente stroncato dalla critica perbenista. Un film tra l'altro tormentato, interrotto per mancanza di soldi, e poi editato grazie a Valerio Zurlini e all'Istituto Luce. Il film uscì poco e male, a Venezia un solo giorno. Questo per capire quanto il suo cinema fosse controcorrente.
In seguito Da Campo girò "La ragazza di passaggio" (1970) che anticipava il femminismo e soprattutto "Il sapore del grano" (1986), la sua opera più famosa, sull'infatuazione tra un alunno delle medie e il suo supplente, tema allora e si direbbe anche oggi molto tabù. Un cinema stimolante, mai consolatorio e ribelle. Che andrebbe, ora più che mai, recuperato.
Adriano De Grandis

© riproduzione riservata

Mercoledì 7 Maggio 2014, 04:54






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