Morte di un uomo felice nasce letteralmente dalle ceneri del mio romanzo precedente,

Morte di un uomo felice nasce letteralmente dalle ceneri del mio romanzo precedente, Per legge superiore. In quel libro compariva un personaggio minore in termini di economia narrativa, ma molto rilevante in termini di peso emotivo: Giacomo Colnaghi, un magistrato amico del protagonista ucciso da una cellula brigatista nel 1981. Una volta terminato Per legge superiore, non riuscivo a togliermi dalla testa questo Colnaghi — e non capivo perché. Non avevo intenzione di affrontare una storia nel medesimo universo narrativo, e mi sembrava di avere esaurito ciò che avevo da dire sul tema della giustizia. Per non parlare della difficoltà di trattare un periodo storico così delicato e doloroso... Ma quando un personaggio chiama così forte, c'è poco da fare: lo scrittore deve rispondere.
Scrissi una ventina di pagine rendendomi conto che la storia del solo Colnaghi non era sufficiente; mancava di profondità, mi avrebbe costretto all'ennesimo romanzo "sugli anni di piombo". Avevo bisogno di un contraltare; e durante una sessione di tre giorni segregato in montagna, mi apparve all'improvviso: un padre partigiano, una storia di Resistenza nelle fabbriche, un'eco dei racconti di mio nonno. Era un tema che avevo sempre voluto affrontare, e non avevo mai trovato l'occasione giusta: e ora eccola lì. Da un romanzo su un magistrato assassinato ero passato a raccontare innanzitutto la storia di un padre e di un figlio: del loro dialogo a distanza, dell'eredità che l'uno consegna all'altro, dei nodi irrisolti di quarant'anni di storia italiana.
Già, la storia italiana. Arrivato a questo punto il problema cruciale era, naturalmente, quello della ricerca e delle fonti. Il mio protagonista moriva nel 1981, suo padre nel 1944. Non avevo vissuto nessuno di quei periodi: e se questo mi concedeva un certo distacco, forse una maggiore obiettività, dall'altro lato mi imponeva di essere ancora più attento e responsabile. Sarebbe stato fin troppo facile stilizzare un partigiano e un magistrato morto per dovere: il rischio di disegnare santini, per quanto involontariamente, era molto alto. Ma io non volevo dei santini: io volevo tutta la complessità di due esistenze in momenti travagliati; volevo carne e sangue.
E così, studiai. Studiai di tutto e parecchio. Tornato dall'ufficio sfogliavo gli archivi di "Lotta continua" e del "Corriere" di quegli anni; la sera successiva ripassavo le vite di Emilio Alessandrini e Guido Galli (ispiratori ideali di Giacomo Colnaghi); nel weekend mi armavo di pazienza e affrontavo i comunicati delle Br e le testimonianze di ex terroristi; poi affondavo nella storia del Circolo Perini di Quarto Oggiaro, rileggevo L'orda d'oro di Balestrini e Moroni, lo stupendo libro di Benedetta Tobagi dedicato al padre Walter; quindi tornavo in provincia — nella mia provincia — per fare ricerche sugli interventi partigiani nel saronnese, frugando tra le non molte fonti disponibili, interrogavo persone che quegli anni li avevano vissuti. E così via: non solo per garantire al romanzo uno sfondo storico accurato (e una sua ricostruzione non farisea) ma anche per garantire a me stesso una maggiore serenità quando si sarebbe trattato di affrontare gli aspetti più squisitamente tecnici della scrittura: curare la lingua, rileggere, riscrivere. Nelle parti dedicate al padre di Colnaghi mi divertii a impastare italiano e dialetto, cercando di dare alla narrazione un tiro più popolare, quasi da racconto orale. Nella linea narrativa del "presente", invece, mi concentrai per ottenere una lingua il più cristallina possibile.
Il lavoro, nel complesso, durò circa due anni e mezzo. E il risultato fu quello che mi piace chiamare, più di ogni altra cosa, un romanzo di padri e figli — non un romanzo sulla giustizia, né sulla Resistenza, né sulla lotta al terrorismo rosso. Ma la storia di un dialogo a distanza fra due uomini felici a modo loro, morti per un ideale.
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Giovedì 31 Luglio 2014, 05:04






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