Galan, l'uomo che sognava il Terzo Veneto

Galan, l'uomo  che sognava  il Terzo Veneto
"Il Nordest sono io". Mai frase è stata più azzeccata per sintetizzare la vita politica e amministrativa di Giancarlo Galan. Una frase, titolo di un libro-intervista di Paolo Possamai del 2008, che esprime tutto "l'orgoglio del veneto che ha visto crescere la regione di cui da 13 anni è governatore" scriveva nella prefazione Giuseppe De Rita, allora presidente del Cnel.
"Il Nordest sono io", al limite della presunzione. Anche se il terzo doge della storia contemporanea (il primo era il democristiano Carlo Bernini, il secondo il socialista Gianni De Michelis) non se l'è mai tirata. Pronto ad accendersi per le critiche di essere troppo "uomo solo al comando", ma pronto anche a godersela la vita, a non rinunciare mai alla battuta, alla grigliata sotto un cavalcavia per inaugurare il Passante di Mestre ("un gioiello"), al matrimonio, degno di un doge nella sua villa di Cinto Euganeo, sui Colli Euganei, con tanto di "grande capo" Silvio Berlusconi come testimone. Per lui, Berlusconi, è il fidatissimo Giancarlo. Tanto che, nel 1993, pur sconosciuto al palcoscenico della politica che usciva distrutta, guarda caso, da Tangentopoli, l'ormai ex Cavaliere lo chiama per partecipare alla fondazione di Forza Italia. Lui, Galan, liberale di formazione con tanto di iscrizione giovanile al Pli, nato nel 1956 a Padova, sente il richiamo della berlusconiana "rivoluzione liberale e liberista". L'ex Cav l'aveva già "inquadrato" a Publitalia, società pubblicitaria del gruppo Fininvest, dove il futuro governatore aveva ruolo di vertice. Non ci sono volute troppe parole, Giancarlo accetta. Un anno dopo, per riconoscenza, Berlusconi lo convoca ad Arcore: "Giancarlo, c'é ancora bisogno di te. Ti devi candidare a governatore del Veneto". Risposta: "Sono qui". Si dimette da deputato e, contrariamente alle previsioni, travolge l'avversario democristiano Ettore Bentsik, grazie ad una forte coalizione di centrodestra. In questo primo mandato, salda i rapporti con "tanti amici costruttori", con politici che lo affiancheranno poi per anni alla conduzione del Veneto.
Fautore di un Terzo Veneto, senza dimenticare che non esiste più il Primo veneto, quello della povertà e dell'immigrazione, e che non ci si deve addormentare sul Secondo, quello dell'agiatezza diffusa, Galan ha sempre puntato ad affrontare le nuove complessità create dalla competitività e dalla sostenibilità che possa consegnare alle generazioni future un modo di vivere di alta qualità e civiltà. Puntando dritto sul federalismo, con un concetto dogale del termine nel senso di immaginare un "grande Veneto" che possa competere con le aree economiche più forti dell'Europa, chiarendo con lo Stato centrale che l'autonomia è tutto.
Messaggi e iniziative che, però, si sono raffreddati nel tempo. Ma che non hanno impedito a Galan di ripresentarsi alle regionali del 2000, surclassando l'avversario Massimo Cacciari, e nel 2005 staccando ancora il centrosinistra guidato da Massimo Carraro. Avrebbe voluto fare il poker nel 2010, ma la Lega, nel 2008 ha alzato l'asticella dei consensi, il che ha consigliato Berlusconi a sacrificare "l'amico Giancarlo", lasciando il passo alla candidatura di Luca Zaia in quel momento ministro dell'Agricoltura. Un sacrificio così grande, meritava una contropartita grande. Ancora Silvio: "Giancarlo, ho bisogno di te: vieni a Roma al ministero dell'Agricoltura". La risposta non è stata entusiasta: «Non c'é ministero che tenga, vuoi mettere essere presidente della tua Regione!». Galan non le manda a dire al "capo": "Basta dare sangue per l'alleanza con la Lega, mi dimetto prima da governatore". Ma la necessità... Galan parte e va al posto romano di Zaia. Dura poco, perché Berlusconi decide di spostarlo al ministero dei Beni Culturali.
"È finito il galanismo in Veneto", commentarono soddisfatti dal centrosinistra. Altri, invece, giuravano e spergiuravano che il doge i contatti in Veneto continuava a tenerli, eccome. I rapporti erano diventati profondi, intrecciati. "Cosa penso del ruolo della Mantovani, presente nel Consorzio Venezia Nuova, nell'ospedale di Mestre, nella Pedemontana, nel terminal di Fusina, nella cordata per la Nuova Romea?" si chiedeva l'ex governatore-ministro nel libro-intervista. "Il ruolo di Mantovani e del suo manager Piergiorgio Baita, dipende dall'intelligenza e dalla capacità di intraprendere percorsi innovativi... Mantovani è questo. Se a uno viene in mente di costruire in project financing l'autostrada o l'ospedale, è colpa mia se è più intelligente, dotato in termini finanziari, capace di rapporti qualificati e vince la gara? Se potessi andrei a lavorare io per Baita". Il project financing, un suo pallino "almeno qualcosa di concreto in Veneto si vede".
Intraprendenza, questo sorprendeva il governatore governante per 20 anni. E tra gli amici costruttori, molti lo impressionavano positivamente. Intraprendenza e amicizia. Qualità riconosciute in Renato Chisso e Lia Sartori. Il primo, considerato lo stratega infrastrutturale dei progetti portati avanti politicamente dal governatore. La seconda "è tra le persone che ho sempre sentito dalla mia parte. Il nostro rapporto è complicato, ma sempre riconoscente. È tra le persone più importanti del mio percorso professionale e politico".
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Giovedì 5 Giugno 2014, 05:10






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