Alla Cini le tragiche figure senza testa di Abakanowicz

Alla Cini le tragiche figure senza testa di Abakanowicz
VENEZIA - Impressionante è forse la sola parola con la quale si riesce a definire la straordinaria installazione delle sculture di Magdalena Abakanowicz, con il titolo di “Crowd and Individual”, allestita alla Fondazione Cini a Venezia.
Si tratta infatti di 110 figure – concepite ed esposte però come una unica opera - realizzate tutte con tela di juta, una materia povera e severa ad un tempo, capace tuttavia di restituire, nella sua crudezza, tutta l'intensa drammaticità della visione plastica della scultrice polacca. Configurando una mostra che non dà vie di scampo al visitatore, costretto a fare i conti con questa moltitudine di figure che sembra avanzare inesorabilmente, silenziosa e solenne. Una folla ordinata di figure maschili e femminili - e di “bambini”, li indica proprio così la stessa artista - tutte in piedi, spesso con solo metà del corpo plasmato e nella maggior parte dei casi acefale, prive cioè della testa, come a voler rappresentare una umanità anonima e senza volontà. Figure fronteggiate da un grande animale indefinito, forse un cane, posto come a guardia di un gruppo di prigionieri. L'opera di Abakanowicz è apparsa la prima volta sulla scena internazionale dell'arte nel padiglione polacco alla Biennale di Venezia del 1980 - dove tornerà ad esporre ancora nel 1995 e 1997 - nella cui occasione presentava l'inquietante installazione di numerose figure sedute per terra, velate e senza testa, forse in preghiera, poste accanto a mucchi di simboliche grosse pietre. Una presenza che attirò l'attenzione, a parte pochi critici d'arte, di un grande collezionista, Giuliano Gori, che le commissionò subito una serie di figure realizzate poi nel 1985 e oggi esposte, uniche in Italia, nel suo “parco della scultura” sulle colline di Pistoia. L'artista è però oggi riconosciuta e celebrata in tutto il mondo, forse anche per il significato innovativo che ha avuto la sua scelta, volutamente antiaccademica, di usare un materiale “povero” come la juta per fare scultura. Come antiaccademica, e forse densa di significati sociali, appare anche la decisione di non esporre mai le sue figure isolatamente ma sempre in folti gruppi, come una sola opera, per rappresentare con evidenza, afferma il curatore della mostra Luca Massimo Barbero, una “tragica e umana coreografia”.
edm

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Venerdì 10 Aprile 2015, 05:07






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