​Arengi punta su Veneto Banca
«Servono banche vicine alle Pmi»

Fabrizio Arengi Bentivoglio

di Maurizio Crema

VENEZIA - «L’Italia? Grandi potenzialità ma altrettante incertezze, arrancherà anche l’anno prossimo, come l’Europa. Padova? Ci ritorno una volta al mese: vedo un bel centro storico con monumenti ripuliti, più turisti stranieri, ormai non è più la sorella minore di Venezia. Ma rimangono microcriminalità e immigrazione illegale, problemi che a New York sono finiti con Giuliani».

Fabrizio Arengi Bentivoglio dopo 15 anni in una multinazionale, da cinque guida la holding di famiglia FidianFin dagli Usa. Il figlio dell’ex presidente degli industriali Ennio, 50 anni, laurea in economia a Venezia, un libro-confessione in uscita in questi giorni in inglese ("in Ordine Sparso", editore la padovana Good Mood che un anno fa aveva curato già l’edizione in italiano), ha portato a termine la metamorfosi di questa società che un tempo controllava il gruppo farmaceutico e ora è anche socio di una piccola banca del Connecticut, la Patriot National: «Rimaniamo una società di famiglia, puntiamo a investimenti di medio-lungo periodo, con un’ottica di sviluppo. I nostri asset a fine anno saliranno a 55 milioni di euro dai 43 del 2013». Niente raid, ma investimenti mirati su tre fronti: «Immobiliare: abbiamo completato il palazzo di lusso nel quartiere di Chelsea nel cuore di Manhattan e ora guardiamo ancora a Miami e a New York, versante magazzini e box; energia: gestiamo due centrali idroelettriche in Albania e dei campi fotovoltaici in Abruzzo ma le ultime decisioni del governo Renzi ci hanno fatto bloccare altri investimenti importanti. E poi c’è la finanza». Con la Patriot e non solo: «Siamo entrati in una cordata di una decina di investitori, unici italiani. In totale il salvataggio di questa banca quotata al Nasdaq è costato 51 milioni di dollari. Dopo anni duri ora arrivano i primi frutti della ristrutturazione che ha portato gli sportelli da 19 a 10 e sono arrivati utili per 17 milioni. Ma c’è ancora molto da fare anche sull’online». Una strada che anche Veneto Banca deve ancora sviluppare: «Siamo grandi azionisti tra i piccoli, 3,5 milioni di investimento, e abbiamo partecipato al loro ultimo aumento di capitale. Nel Nordest servono banche vicine alle Pmi, non tutti si possono rivolgere a Unicredit o Intesa. Crediamo che Veneto Banca ora sia in condizioni di ripartire». Però il vostro gruppo guarda sempre più al Nord America. «Ormai il 43% dei nostri investimenti sono in dollari e il 40% in Italia. Pur essendo una finanziaria di medie dimensioni, molto italiana, partita da Padova, i nostri investimenti hanno un target molto americano. In Borsa puntiamo su pochi titoli, con una grossa analisi dei fondamentali».

Suo padre è scomparso nel dicembre del 2009. Qual è stato il suo insegnamento più importante e pensa mai a ripercorrerne la strada imprenditoriale? «Nel bene nel male mio padre è stata una persona integra, è sempre stato lo stesso uomo quando era alla guida di Confindustria come a Poggioreale. Nel mio libro c’è un capitolo che parla anche di questo - rivela Fabrizio Arengi -. Per anni abbiamo pensato di comprare un’azienda farmaceutica, ma il settore ha barriere troppo alte». Come si gestisce una finanziaria di famiglia? «È emozionante, l’aspetto di creare valore è più importante che dare performance. Ma non è facile perché se fai bene nessuno ti dice bravo e se fai male.... Due anni fa il 30% è stato acquisito dalla finanziaria inglese Pegaso Equity, un gruppo che ha la nostra filosofia. E ora stiamo guardando con attenzione anche all’Inghilterra per eventuali investimenti».
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Martedì 9 Dicembre 2014, 09:38






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