Diego Dalla Palma: «Da vittima dei bulli a profeta del make-up. Enego e il collegio di preti a Venezia...»

I 68 anni del maestro del trucco ma anche costumista, scenografo e conduttore televisivo: l'infanzia semplice a Enego l'adolescenza e i soprusi nel collegio di preti a Venezia, la malattia che gli cambiò la vita e l'arrivo dell'atteso successo. 

«Io sono un solitario, non un uomo solo. Forse è anche il risultato della piccola vena di follia con la quale mi crogiolo, vuol dire anche differenziarsi e più passa il tempo e più mi accorgo che questa differenza è fortissima. Ho un motto: piacere tanto a pochi e non poco a tanti». Diego Valerio Dalla Palma, 68 anni, è nato a Enego, l'ultimo paese dell'Altopiano. Imprenditore, ha creato una linea di cosmetici diffusa in tutto il mondo: gli americani lo hanno chiamato il profeta del make-up. Costumista e  scenografo, conduttore televisivo e scrittore.

Com'è diventato un protagonista?
«Quella che mi ha cambiato la vita a sei anni è stata la meningite linfocitaria fulminante, sono rimasto in coma per giorni. Probabilmente mi ha avvantaggiato sotto certi aspetti e svantaggiato per altri: per esempio, credo di aver avuto in quella circostanza l'impulso creativo; ma dopo non sono più stato il bambino di prima. Sono cresciuto sofferente e insofferente, cupo, introverso all'inverosimile e venivo deriso per questo mio cambiamento di personalità. Ho subito una forma di bullismo pesantissimo che mi ha fatto molto soffrire. Per giunta ero diventato, non so dire per quale strano fenomeno, anche un po' effeminato nelle movenze, con una sensibilità che non aveva dei tratti troppo maschili».

All'alba degli Anni '50 com'era la sua famiglia in un paesino dell'Altopiano? 
«Mia madre Agnese era molto dinamica, stranamente da donna incolta aveva molta cura del suo aspetto, usava una crema che si chiamava Venus, amava lavarsi e vestirsi bene, pettinarsi con tutti i capelli indietro perché diceva che la personalità di una donna si vede dai tratti del viso: mai nascondere il volto coi capelli. Metteva sempre il rossetto e questo in un paese non rendeva la vita facile. Nessuna a Enego usava gli stivali di pelle al ginocchio, lei è andata a comprarli a Bassano. Soprattutto mi ha insegnato una cosa straordinaria: la postura. Diego tira su il petto che ti vanno fuori le spalle!. Papà Bepi era un uomo mite, faceva il formaggio, mentre mia madre nella malga si occupava della parte manageriale e dava da mangiare a maiali, polli e tacchini. Mia madre era di buonumore, anche ruvida a volte, donna femminilissima ma era lei la parte maschile della coppia. Poi ha incominciato ad avere problemi di salute, il suo male oscuro è durato trent'anni e l'ha portata alla fine tra depressione e stati ossessivi».

Diego era un ragazzino tormentato?
«E questo mi ha dato un mucchio di problemi anche quando sono andato all'Istituto d'Arte di Venezia. Ero in collegio alla Domus Cavani, nella parte riservata a quelli non ricchi, e ci sono rimasto fino al diploma. Lì ho vissuto per due anni una terribile esperienza pedofila da parte di un prete. Non ero il solo, un compagno si è impiccato al Lido di Venezia, in un bagno pubblico. Padre Angelo che si era occupato di quel ragazzino suicida è morto qualche anno fa. È morto anche padre Ugo, quello che ha creato problemi a me, un omaccione grasso. Mi regalava dischi di musica classica che conservo ancora come corpi di reato. Nel tempo ho maturato una totale predisposizione al perdono: sento il perdono come una medicina per vivere, da prendere tutti i santi giorni. Non riesco a conservare il rancore».

È stato allora che ha preso il volo per Milano?
«Quello che è accaduto dopo è stato mettere in moto la macchina per promuovere il sogno e, finiti gli studi, a 18 anni sono andato a Milano. Loro mi hanno detto: Vai; cosa non scontata allora per due genitori montanari. Sono partito con 25 mila lire in tasca, i primi tempi sono stati molto duri, ho fatto la fame. Quando stavo per tornare mi ha bloccato una strana coincidenza: vado a salutare Maude Strudthoff, direttrice della sezione costumi della Rai di Milano, lei mi legge in faccia la disperazione e il sogno infranto e mi assegna tre puntate di un piccolo programma Un'ora per voi per i lavoratori italiani in Svizzera, presentato da Corrado e Mascia Cantoni. La mia carriera di costumista incomincia allora, ricevo critiche lusinghiere, faccio teatro e televisione, lavoro anche come scenografo. Ho lavorato con registi come Trapani, Bolchi e Majano. Dieci anni incredibili a contatto con i più grandi dello spettacolo: la Pampanini e la Proclemer, Dalidà, Patty Pravo e Mina e Gian Maria Volontè, Salerno, Villaggio, Bramieri, Walter Chiari che era un uomo di generosità mostruosa. È stato il momento magico della mia vita nel teatro, una sensazione così struggente e così straordinaria: quando si apriva il sipario mi veniva la febbre».

Poi gli americani hanno scoperto in lei il profeta del trucco?
«Volevo realizzare il mio sogno: avere i soldi per viaggiare. Così ho aperto una profumeria in Brera, nel centro di Milano, in un ex negozio che era stato l'ospedale delle bambole, al numero 13 di via Madonnina. Ti pentirai, mi dicevano. Ho cominciato in uno scantinato a creare dei prodotti cosmetici per tutte le donne: c'erano linee per le attrici che potevano essere fatte anche per la gente comune. È stata la mia fortuna, la linea è stata notata da una catena di negozi americani che l'ha adottata. Sono diventato un personaggio della cosmesi, il New York Times ha parlato di me come il profeta del make-up made in Italy. Oggi i miei prodotti sono presenti in tutto il mondo».

Poi Diego è diventato anche personaggio televisivo
«Sono entrato in televisione grazie a due donne: Edda Stagno, moglie di Tito il conduttore del tg, e Diana De Feo, la moglie di Emilio Fede. Ogni sabato raccontavo a 15 milioni di italiani di trucco e bellezza in Almanacco del giorno dopo e questo mi ha dato una popolarità enorme. Poi Paolo Limiti mi ha coinvolto in una trasmissione di evasione e i migliori presentatori, da Tortora a Baudo, da Corrado a Mike, mi chiamavano. È stato il successo».

Cosa pensa delle donne che si affidano alla chirurgia estetica?
«Tutte uguali e l'omologazione è sempre verso il basso. Pettinarsi, vestirsi, atteggiarsi come gli altri è un segno di mancanza di personalità. Per me sbagliano a combattere così il passare degli anni, ma ognuno può fare quello che vuole. Io mi tengo tutto, non sono uno che resto passivo di fronte al tempo: faccio ginnastica, mi curo non maniacalmente. Quando si è vecchi bisogna essere puliti e stare diritti. Bisogna vivere con consapevolezza le nostre stagioni, non soffrire di giovanilismo. Nell'affrontare la vecchiaia bisogna munirsi di un po' di follia e molta geografia, che non vuol dire che si debba necessariamente visitare tutto il mondo. Basta prendere un pullman e andare a visitare Arquà Petrarca o Montagnana; oppure una mostra».

Quando una donna è bella?
«È bella quando è intelligente. I tonti ti possono intenerire sessualmente, ma non ti affascinano. È sempre un acchiappo dal basso, gli intelligenti ti affascinano dall'alto con la loro testa. Cerco nelle persone quella che chiamo luccicanza: una lucetta che tu hai e gli altri no, è la differenza rispetto all'omologazione. Credo che il successo della mia trasmissione Rai Uniche consista anche in questo: a me interessa la lucina che si accende negli occhi della persona che ho davanti e che accende la mia».

È stato da poco derubato nella sua casa di Enego. Cosa ha sentito?
«È caduta l'ultima sacralità degli oggetti che mi erano cari e che non ho più. Hanno portato via anche un pacchetto di lettere, comprese quelle di papà e mamma. Ho già subito quattro furti, ora non ho più niente, mi è stato tolto tutto, l'ho sostituito con la leggerezza nel sentirmi finalmente libero. Mi sono fatto una mia filosofia: quelle rubate sono cose che ho lasciato prima del tempo; fra un po' di anni le avrei lasciate a persone che forse le avrebbero accolte nel peggiore dei modi. Sono già finite peggio!».

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