Veneziani con la pelle nera

LA STORIA
I mori di Venezia esistevano eccome, e non sono quelli che battono le ore. Le testimonianze di africani presenti nella Dominante sono numerose, a cominciare dal gondoliere nero immortalato da Vittore Carpaccio nel Miracolo della reliquia della croce, dipinto attorno al 1498. Solo in due casi, entrambi settecenteschi, sappiamo chi questi mori fossero: uno è Lazzaro Zen, ritratto da Francesco Guardi nel 1770 e l'altro è Alì, servitore di Giambattista Tiepolo, rappresentato nel 1757 dal figlio Giandomenico in una sala della foresteria di villa Valmarana i Nani, a Vicenza. Di entrambi si sa comunque piuttosto poco. Lazzaro Zen, pure lui di nome Alì, figlio di Saida, era un giovane ventenne proveniente dalla Guinea, ovvero, secondo l'interpretazione estensiva dell'epoca, da una zona indefinita della costa dell'Africa occidentale che andava dal Senegal al Gabon (l'area da cui provenivano pure gli schiavi destinati alle Americhe).
PERSONALE DI COLORE
Non si sa perché sia arrivato a Venezia, con ogni probabilità era uno schiavo, destinato ai servizi domestici, come parecchi africani in quel periodo. Avere in casa personale di colore andava molto di moda tra gli aristocratici settecenteschi. Non si potevano però tenere schiavi cristiani per cui se qualcuno si convertiva, diventava automaticamente una persona libera. È questo il caso di Alì/Lazzaro che non solo si converte, ma viene protetto dalla ricca famiglia patrizia degli Zen.
Come tutti gli aspiranti cristiani viene mandato ai Catecumeni dove gli viene insegnata la dottrina cattolica (il patrimonio dei Catecumeni è passato all'Ire, attuale proprietario del quadro di Guardi, esposto a Ca' Contarini del Bovolo). Come d'uso, il padrino di battesimo è un patrizio e, ancora come d'uso, il neo battezzato assume il medesimo cognome del padrino. Renier Zen, del ramo di Riva di Biasio, è per un certo numero di anni governatore dell'ospizio dei Catecumeni. Aveva avuto nove figli, uno dei quali, Lazzaro, nato nel 1746 era morto ancora bambino. Alì aveva più o meno la stessa età di quel bimbo e così Renier decide di chiamarlo nello stesso modo. Lazzaro era un nome inconsueto nel patriziato veneziano, mentre era molto comune tra i convertiti. Al momento del battesimo si fanno le cose in grande: la cerimonia si tiene il 27 novembre 1770 in una delle chiese più importanti di Venezia, San Zaccaria, e viene officiata dal patriarca, Giovanni IV Bragadin. Il giovane viene ritratto da Francesco Guardi abbigliato con vesti preziose e sull'elegante cappello piumato campeggia lo stemma di quel ramo della famiglia Zen. A tutto questo spiegamento di propaganda segue l'oblio: di Lazzaro Zen non si sa più nulla, nemmeno l'anno della morte.
IL SERVITORE
Ancora meno conosciamo di Alì, o Halim, servitore di Giambattista Tiepolo, quasi sicuramente pure lui era un uomo libero, battezzato, e faceva parte della schiera di personaggi stravaganti di cui l'artista amava circondarsi. Viene ritratto da Giandomenico nella sala del Carnevale della Foresteria di villa Valmarana, mentre porta una bevanda esotica, forse caffè o cioccolata. Spiega Francesca Marini, storica dell'arte e guida turistica vicentina: «Le tazzine sono due, e sta andando dalla cucina, che si trovava effettivamente dietro di lui, verso il piano di sopra, dove forse ci sono le camere. Di fronte è raffigurata una scimmia incatenata, simbolo di continenza. Personalmente, penso che tutta la raffigurazione possa avere un significato moraleggiante, dato che proprio nel Settecento le signore cominciavano ad apprezzare la compagnia dei mori». Insomma, probabilmente si trattava di una specie di monito alle signore perché non amoreggiassero troppo intensamente con gli africani che giravano per le case.
UNA DONNA PER CASANOVA
D'altra parte non è che nemmeno gli uomini disdegnassero le africane, come testimonia Giacomo Casanova che a Trieste ha un'avventura con una donna nera, schiava domestica della contessa di Burghausen. Scrive l'avventuriero in Storia della mia vita che l'africana «mi disse una cosa che non si dimentica facilmente. Io non capisco, mi confessò un giorno, come tu possa essere tanto innamorato della mia padrona quando è bianca come un diavolo. Le domandai se non avesse mai amato un bianco e lei mi rispose di sì, ma solo perché non aveva mai trovato un nero».
Questi episodi lasciano chiaramente capire come la schiavitù fosse ancora abbastanza diffusa nell'Europa pre-illuministica. Non dobbiamo pensare agli schiavi neri delle piantagioni di cotone americane, si trattava per lo più di donne e quasi sempre utilizzate nei servizi domestici. Erano trattate come il resto del personale, ma non erano libere.
SERENISSIMI SCHIAVISTI
Tutto ciò spiega come sia soltanto un mito la presunta abolizione della schiavitù a Venezia da parte di Pietro IV Candiano nel 906. Vero che il doge limita il commercio degli schiavi con i mercanti greci, ma è anche vero che quelle limitazioni non eliminano un bel niente, e l'unico effetto pratico e che non vengono commerciati schiavi cristiani; per quanto riguarda gli altri, liberi tutti.
Finché rimane aperta la via della seta gli schiavi sono soprattutto centro asiatici di religione islamica (tatari, circassi), quando viene meno la pax mongolica e i commerci con l'Asia diventano più difficili tra XIV e XV secolo gli schiavi asiatici vengono sostituiti con quelli africani. Le testimonianze di questo commercio, seppur non numerosissime, si trovano: nel 1348, per esempio, il mercante veneziano Giacomo Badoer acquista a Costantinopoli 346 schiavi per spedirli a Palma, nella Baleari, dove si coltivava la canna da zucchero.
IL PELOPONNESIACO
Un caso molto noto è quello di Francesco Morosini: al Peloponnesiaco vengono regalate alcune schiave africane. Facevano parte del bottino di guerra conquistato nel 1686 quando viene espugnato il campo ottomano con la tenda del comandante. Una specie di reporter dell'epoca, il nobile pistoiese Ignazio Fabroni, disegna varie fasi della campagna militare di Morea a ritrae anche due schiave e uno schiavo che vengono assegnati ai comandanti cristiani. È molto probabile che almeno una di queste donne facesse parte delle quattro schiave more che il doge e quattro volte capitano generale da mar ricorda nel proprio testamento. Non è tutto qui, in ogni caso: dopo la conquista di Atene (settembre 1687) il cronista riporta: «Quelle però de' mori furon stiave al solito et alle galere (di Morosini ndr) toccò sette donne».
Morosini muore nel 1694, oltre a richiedere che vengano celebrate seimila messe di suffragio in sei mesi (fa sessantasei sei periodico al giorno!), il doge stabilisce che a ognuna delle «quattro stiave more» vengano dati cento ducati in dote nel caso in cui si sposino e i nipoti sono incaricati di sorvegliare che le donne «non vadino di male».
Alessandro Marzo Magno
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