La serrata dei bar di Chioggia: «Chiusi per fallimento»

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SERRANDE ABBASSATE CHIOGGIA «Chiudesi attività per fallimento imposto...

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SERRANDE ABBASSATE

CHIOGGIA «Chiudesi attività per fallimento imposto causa nuovo decreto». I cartelli, sulle saracinesche abbassate di bar e ristoranti, hanno cominciato a comparire lunedì. Poi si sono diffusi a macchia d'olio e ieri erano ben visibili su quasi tutti i pubblici esercizi di Corso del popolo, il Bellini, il Caffè Cavour, il Bar Bac, ecc. e delle calli del centro storico. Non si tratta di fallimenti veri e propri ma di una sorta di chiusura annunciata. «Stiamo fallendo senza sapere neppure quando sarà», spiega Francesco Quaresima, dell'Ostaria n. 2 che, insieme a Felice Tiozzo, della Taverna, ha organizzato la protesta. Lunedì sera la conferenza stampa del presidente Conte che posticipava al 1. giugno la riapertura dei locali prima ipotizzata per i 18 maggio, aveva stravolto speranze e aspettative, tanto da indurli a pensare a una manifestazione di fronte al municipio. Poi hanno deciso per una esternazione più soft, ma ugualmente d'impatto, della loro delusione. E sono spuntati i cartelli. «Sono dodici anni che, con la mia compagna, faccio questo lavoro dice Quaresima e non mi sono arricchito. Abbiamo automobili di scarso valore, lavoriamo, anzi lavoravamo, 12-14 ore al giorno, senza feste, senza ferie e dedicando l'unico giorno libero ai conti con il commercialista. Prima di fare il cuoco, facevo il piastrellista e guadagnavo di più. Ma questo lavoro mi piace. Magnemo e bevemo finché podemo è lo slogan che ho scelto per la mia cucina che considero un ritrovo di amici. Non sono mai stato così contento come quando ho iniziato a fare questo lavoro, anche se non riuscito a mettere nulla da parte. Ora ho 53 anni e contavo di arrivare alla pensione, vendere l'attività e quei soldi sarebbero stati la mia liquidazione, il mio guadagno. Anche i figli rientravano nel progetto: li abbiamo educati al lavoro e qui stavano imparando il mestiere e il valore della fatica». Insomma, una vita che, dopo due mesi di chiusura, sta cambiando completamente. «Ora aggiunge ho solo un pacco di fatture, bollette e mesi di affitto da pagare, ma che non pagherò perché non ho più soldi. Non ho neppure la voglia di prenderli in prestito. Per lavorare come, dopo?» Nelle stesse condizioni si trovano i gestori di molti altri bar e ristoranti, anche perché la grande maggioranza di questi locali, non è di proprietà ma paga l'affitto dei muri, magari con qualche dilazione o ritardo, ma l'impegno economico resta. E poi ci sono i fornitori, le utenze, riferite al passato, ma da pagare adesso che non ci sono incassi. «So che molti hanno cominciato a consumare i risparmi di una vita, e mi chiedo se sia giusto - dice Quaresima quanto a me, so fare molti lavori e, prima o poi, troverò qualcos'altro».

Diego Degan
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Il Gazzettino