«Lotto contro il cancro camminando per vivere (9.500 km)»

 PORDENONE -  Ci sono delle parole che intervengono nel racconto di chi si è trovato nella propria vita con il cancro: uno di queste è il “cinque”, come i fatidici 5 anni utilizzati nelle statistiche e nei protocolli terapeutici, un limite temporale che fa la differenza. E poi c’è tutto quello che di straordinario sta al di fuori del protocollo: l’uomo, la vita, il caso peculiare. Quello che può far dire “Se di cancro si muore pur si vive”.  È il sottotitolo che Andrea Spinelli ha scelto per il suo libro “Se cammino vivo”.   Spinelli (che ha un passato anche di fotogiornalista) è fotografo; nato a Catania nel 1973, vive in Friuli dal 2000. A ottobre 2018 ricorreranno i 5 anni dalla diagnosi di adenocarcinoma alla testa del pancreas, inoperabile. Sulle dita porta sedici anelli, uno per ciascuno dei mesi di chemioterapia aggressiva a cui ha resistito «grazie alla quale oggi sono qui. Di più non era possibile, il mio corpo ne era intossicato. Dopo un paio di anni dalla fine della chemio, quando il mio corpo si è ripreso, ho iniziato a camminare» racconta Spino, il nome con cui è conosciuto.
LE CAMMINATE
Da gennaio 2017 a oggi ha percorso 9500 chilometri, toccando 970 località. «Sia ben chiaro camminare per me è diventato qualcosa di essenziale, ma ad avermi salvato la vita sono state le terapie, il mio oncologo Giovanni Lo Re, l’equipe chirurgica che mi ha operato e che davanti a un tumore inoperabile ha deciso di fermarsi a costo di lasciarlo lì» prosegue Spino. Poi è arrivato il cammino, come esigenza personale e come strumento di racconto. Un cammino molto pragmatico, essenziale, «perché l’importante è iniziare e poi le cose accadono». Nessun miracolo, nessuna ideologia salvifica. Semplicemente la cura, che sta nel fare le cose di volta in volta, fino a tessere la vita e un libro. «Inizialmente aprii un blog e la pagina facebook; ho iniziato a tenere una sorta di diario. Poi piano piano le cose si sono ingigantite, tante persone hanno iniziato a scrivermi in privato, ho capito che veramente nessuno ne vuole parlare di questa malattia. In particolare del tumore al pancreas. Sa che ormai gli scienziati hanno stimato che nel 2030 sarà la seconda neoplasia causa di morte in Europa. Io credo di aver rischiato di morire almeno un paio di volte, e continuo a vivere con un tumore di svariati centimetri che quotidianamente cerca il punto debole nel mio fisico per sferrare un nuovo attacco. Perciò ho cambiato stile di vita. Non fumo più, non bevo più, i polmoni hanno recuperato forza. Cerco di prendermi cura e di ascoltare il mio corpo» racconta Andrea, la cui determinazione ha prevalso persino sulla disperazione.
LA DIAGNOSI
«Quando mi è arrivata la diagnosi, ricordo 20 secondi di buio pesto. Ero ricoverato in ospedale. Poi ho pensato che da lì ne volevo uscire sulle mie gambe. La malattia e il camminare mi hanno cambiato la vita. Il tumore è arrivato e mi ha tolto tutto, sogni, progetti, desideri. Ho perso tutti gli amici, sono immediatamente spariti. Però camminando ho scoperto il potere della persona sconosciuta. Non si può certo definirsi fortunati per avere avuto un cancro, però sicuramente per essermi trovato in una regione come questa, per esserci ogni giorno in cui vivo, per avere avuto i dottori che ho incontrato. Questo non significa che non ho paura. Quando mi chiedono se sfido il tumore impallidisco, per niente, io ho una paura incredibile. Però ho capito che la paura è fondamentale e che senza paura non c’è vita». Già dopo i primi chilometri Spinelli ha scoperto che camminando non sentiva più i dolori, al punto da sospendere gli antidolorifici oppiacei. In questo suo viaggio, la dimostrazione maggiore di forza «è mia moglie, Sally, imprescindibile. Ogni giorno mi dà la sua prova di amore, anche quando accetta le settimane in cui sto lontano per i pellegrinaggi». Questo è il diciassettesimo anello, la fede nuziale.
IL FUTURO
Il prossimo capitolo? I mille chilometri in venti giorni con l’Oceano Atlantico come compagno, in cammino dal nord al sud della costa portoghese. «Non sono uno scrittore, ho scritto questo libro perché era necessario che lo facessi. Per raccontare a parole ho comunque bisogno di fotografare mentre sono in cammino» conclude Spinelli. «Il mio augurio è che i media e la comunicazione smettano di usare le frasi ‘morto per malattia incurabile’. Al massimo è inguaribile, ma in ogni caso, o si mettono tutti i dettagli o meglio non accennare nulla. Si dovrebbe sempre pensare che a leggere quell’articolo sarà una persona nella poltroncina durante la chemio che sta lottando per la sua vita».
Valentina Silvestrini

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