Minori stranieri: l'escamotage per vivere a spese del Comune

MESTRE - «Un minore non accompagnato su due beffa il sistema di accoglienza di Venezia. Il governo intervenga». A denunciarlo è l’assessore Simone Venturini che si rivolge al Governo per chiedere un intervento urgente sulla gestione degli under 18 che arrivano in Italia senza famiglia.
 
«La legge non lascia margini di discrezionalità - spiega Venturini - se un minore, italiano o straniero, viene individuato nel territorio del comune ed è privo di rete familiare, abbiamo l’obbligo di garantire la sua sicurezza». La polizia lo identifica e lo dà in carico al Comune che ha il compito di fare un primo tentativo di rintracciare i familiari. Se non vengono individuati i parenti, il minore viene inserito in una comunità o in una famiglia affidataria. 
L’ESCAMOTAGE
«Questo sistema è nato per tutelare i minori bisognosi, i bambini che scappano dalla guerra, come afgani o eritrei - aggiunge l’assessore - negli anni però è emersa quella che appare come una vera truffa: arrivano infatti numerosi albanesi e kosovari che, pur avendo parenti in Italia, si fanno accogliere e mantenere dal Comune. Un sistema che facilita la vita ai genitori e rende più semplice ottenere il permesso di soggiorno». I ragazzini vengono istruiti ad arte: si fingono soli ma di nascosto si tengono in contatto telefonico con i parenti che in alcuni casi si scoprono essere non troppo lontani da Venezia, a volte addirittura in città: «Non scappano dalla guerra e non arrivano con gli sbarchi o aggrappati a un camion, come invece capita tra coloro che sono veramente disperati e in fuga - prosegue - Arrivano a volte anche in aereo, accompagnati da qualcuno che poi scompare. Si fanno identificare e chiedono di essere inseriti in comunità, beffando un sistema nato per tutelare chi ne ha diritto. A volte riusciamo a convincerli ad ammettere di avere un parente in Italia e si tratta in particolare di kosovari e albanesi, guidati da qualcuno che ha capito il trucco».
PIÙ CONTROLLI
Durante il colloquio c’è chi cede e racconta di avere parenti in Italia. Qualcun altro viene inserito in comunità lontane dai centri e i luoghi di divertimento, e la noia lo spinge a confessare pur di andarsene. Ma c’è chi resta anche più di un anno o fino alla maggiore età. Non si è ancora arrivati a prevedere le intercettazioni, utilizzate invece in altre città italiane per stanare i familiari. A Venezia, tra i 418 casi seguiti nel 2017 (di cui 267 nuovi arrivi) e i 207 dei primi sei mesi di quest’anno (107 nuovi), un minore non accompagnato su due proviene da Kosovo o Albania. Non è certo che siano stati tutti mandati qui con l’intenzione di “truffare” il servizio di accoglienza, ma da indagini interne la sensazione è che il sistema sia ormai consolidato. Quindi l’appello al governo, con l’invito ad affrontare la situazione. «Gli accessi da Kosovo e Albania sono un colabrodo. Serve un accordo a monte con i Paesi d’origine, affinché la polizia di frontiera faccia qualche indagine in più sui minori che arrivano al confine e poi lasciati soli». Per un ragazzino inserito in comunità il Comune spende circa 100 euro al giorno, molto meno se si trova una famiglia affidataria (alla quale però si tende ad assegnare solo i casi di minori soli accertati). In tutto Venezia mette a bilancio, per questo servizio, circa 2,4 milioni di euro l’anno, in parte (per 1,4 milioni) rimborsati dallo Stato. «Un problema di soldi - conclude Venturini - di sovraccarico di lavoro per le forze dell’ordine ma soprattutto di equità».
 

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