Mestre, via libera alla "moschea": il Tar boccia il Comune. Riconosciuta l’attività culturale e sociale svolta dalla comunità bengalese

Mestre, via libera alla "moschea": il Tar boccia il Comune. Riconosciuta l’attività culturale e sociale svolta dalla comunità bengalese
MESTRE - Provvedimento del Comune sospeso dal Tar, il centro culturale islamico di via Piave 17, aperto nell’ex supermercato Pam, può proseguire con le sue...

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MESTRE - Provvedimento del Comune sospeso dal Tar, il centro culturale islamico di via Piave 17, aperto nell’ex supermercato Pam, può proseguire con le sue attività, compresa la preghiera dei fedeli della comunità bengalese. Il ricorso dell’associazione Ittihad ottiene dunque un secondo successo nei confronti dell’amministrazione comunale (dopo il decreto cautelare che era stato accolto in luglio), con Ca’ Farsetti condannata a versare mille euro ai ricorrenti per le spese legali, in attesa della discussione sul merito del ricorso fissata per il 9 maggio dell’anno prossimo. Fino a questa data, dunque, il Centro culturale-moschea potrà accogliere i fedeli senza altri problemi, ma nell’ordinanza emessa dalla seconda sezione del Tribunale amministrativo regionale di Venezia si intuisce già che lo stop imposto dal Comune rischia di rivelarsi una cocente sconfitta, come tre anni fa era avvenuto per un caso analogo in piazzale Madonna Pellegrina, ad Altobello.

L’ORDINANZA

“L’Amministrazione comunale adduce che l’edificio, attuale sede dell’associazione Ittihad, è utilizzato, in assenza di titolo, per il culto della religione islamica, con accesso non controllato e limitato agli associati ma aperto al pubblico, e, in ripetute occasioni, con un considerevole afflusso di persone”, si legge nell’ordinanza pubblicata nei giorni scorsi. Ma il Tar aggiunge: “Le sedi degli enti del Terzo settore (come l’associazione Ittihad della comunità bengalese, ndr.) e i locali in cui si svolgono le relative attività istituzionali, purché non di tipo produttivo, sono compatibili con tutte le destinazioni d’uso omogenee previste (...) indipendentemente dalla destinazione urbanistica”. È stata dunque pienamente accolta (almeno per ora) l’impostazione del ricorso presentato dall’avvocato mestrino Marco Biagioli con la collega Caterina Caregnato per conto dell’associazione bengalese, sulla base dell’analogo ricorso per Altobello che arrivò fino al Consiglio di Stato, sempre seguito da Biagioli.

LAVORI IN CORSO

Mentre nell’ex supermercato di via Piave sono ancora in corso dei lavori per aggiungere altri bagni e sistemare alcune pareti («lasceremo comunque le vetrine “oscurate” almeno fino alla sentenza definitiva del Tar nella prossima primavera» dicono i bengalesi), appare ormai chiaro che anche nel caso di questo Centro culturale non può essere applicata la legge regionale che impone le aperture di nuovi luoghi di culto al di fuori dei centri urbani. «La questione della Legge regionale è la seguente - spiega l’avvocato Biagioli -. Questa normativa dispone alcuni vincoli per l’insediamento di nuovi edifici che abbiano destinazione religiosa e vengano costituiti da una comunità che abbia stipulato l’intesa con lo Stato. La norma si applica alle realizzazioni svolte “da parte degli enti istituzionalmente competenti in materia di culto della Chiesa Cattolica, delle confessioni religiose, i cui rapporti con lo Stato siano disciplinati ai sensi dell’articolo 8, terzo comma, della Costituzione”, ossia direttamente da parte di quelle istituzioni che abbiano la rappresentanza delle confessioni e siano destinatarie delle speciali previsioni dell’articolo 8 della Costituzione». Ma questo non è il caso dell’associazione Ittihad: «Questa è un’associazione privata che esercita in forma associata il diritto alla professione di una confessione religiosa, diritto personalissimo e inalienabile di ogni persona fisica - sottolinea il legale -. In nessun modo tale legge può essere interpretata nel senso di vietare a una libera associazione di esercitare attività costituzionalmente protette (associazione, riunione e insegnamento) in immobili di cui abbiano legittimamente l’uso».

 

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Il Gazzettino