Detenuti fumano, agente si ammala Il Tar: no impianti in cella, rischio fuga

VENEZIA -  I detenuti fumano e gli agenti si ammalano, ma il ministero della Giustizia non risarcisce. Così è, e così sarà, perlomeno al carcere veronese di Montorio: il Tar del Veneto ha respinto il ricorso di un secondino, che lamentava di aver contratto una patologia respiratoria proprio a causa della nicotina inalata per colpa delle sigarette altrui. Secondo i giudici, infatti, l'installazione di un impianto di aerazione sarebbe incompatibile con le esigenze di sicurezza del penitenziario: il rischio, pare di capire, è che i reclusi possano scappare, in stile Fuga da Alcatraz.

LA VICENDA Secondo quanto emerge dagli atti della causa, il poliziotto lavora dal 1999 a Montorio, interessato dal problema «della costante stagnazione di grandissime quantità di fumo», il che avviene anche in tante altre prigioni, stando alle periodiche denunce dei sindacati di categoria (come ad esempio il Sappe: «Il personale che lavora nelle sezioni detentive, alla stregua dei detenuti non fumatori, è costretto a respirare per 8,9 ore al giorno il fumo passivo emanato dai detenuti»). Per questo nel 2008 il dipendente aveva presentato una querela e aveva ottenuto un sopralluogo mirato alla tutela della salute dei lavoratori, ma «nonostante le diffide e intimazioni» ad attivare dei meccanismi di aerazione, la direzione del carcere si era limitata per «meno di due anni» ad impiegarlo in posti di servizio esterni, salvo farlo ritornare all'interno dal 2012.

L'agente affermava di essersi ammalato alle vie respiratorie proprio a causa dell'esposizione al tabacco, tanto da aver riportato otto punti percentuali di invalidità biologica permanente. La contestazione all'amministrazione penitenziaria era di non aver «predisposto un sistema di aspirazione localizzata, e nemmeno un adeguato sistema di ventilazione», malgrado la «presenza di elementi cancerogeni e mutageni nell'aria». Da qui la richiesta al Tribunale amministrativo regionale di condannare il ministero sotto tre profili: a risarcire il danno alla salute subìto, quantificato in 30.293,69 euro; a rendere il luogo di lavoro conforme alla normativa sulla sicurezza sul lavoro, installando un idoneo impianto di aerazione; ad esonerare il secondino dai servizi interni finché gli ambienti non saranno resi salubri.

LE MOTIVAZIONI La prima domanda è stata però respinta, mentre la seconda e la terza sono state dichiarate inammissibili. Il risarcimento è stato negato perché, secondo il Tar, non è stato chiaramente dimostrato un nesso di causalità tra l'esposizione al fumo passivo e l'insorgenza della patologia respiratoria. Quanto all'installazione di sistemi di aspirazione e ventilazione forzata, «tale rimedio potrebbe non essere compatibile con la funzione di restrizione della libertà personale»: parole che fanno andare il pensiero alla celebre evasione dal carcere di massima sicurezza di Alcatraz, portata sul grande schermo da Clint Eastwood, che nel 1962 vide scappare tre detenuti proprio attraverso un tunnel scavato all'interno della griglia di areazione delle celle. Alternative? L'opzione delle sanzioni per la violazione del divieto di fumo, sancito dalla legge Sirchia del 2003, viene scartata dai giudici «vista la sua scarsa efficacia» nei confronti della popolazione carceraria: chi mai riuscirebbe ad imporre il pagamento delle multe da parte dei detenuti? E della rotazione del personale, in modo da adibirlo a servizi in luoghi differenti senza destinarlo continuativamente alle sezioni interne, l'agente ha beneficiato in passato e potrà tornare a farlo in futuro, «ovviamente senza poter pretendere di essere l'unico a goderne».
 

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