Nel suo petto battono i cuori di 3.275 bimbi. Frigiola, il cardiochirurgo che ha sconfitto le malformazioni dei piccoli nel mondo

Da studente su un libro quotato di chirurgia pediatrica lesse che le cardiopatie congenite erano malformazioni senza soluzione: «Mi dissi: qui c'è un tema da esplorare. Perciò nel 1970 ho preso la valigia e sono partito»

Alessandro Frigiola, oggi 80enne, una vita a salvare i bimbi cardiopatici nel mondo
VICENZA - Nel suo petto battono 3.275 cuori. Quelli dei piccoli pazienti di 28 nazioni a cui, nelle 429 missioni promosse dal 1993 ad oggi, ha salvato la vita con...

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VICENZA - Nel suo petto battono 3.275 cuori. Quelli dei piccoli pazienti di 28 nazioni a cui, nelle 429 missioni promosse dal 1993 ad oggi, ha salvato la vita con l'associazione Bambini cardiopatici nel mondo. Ma il vicentino Alessandro Frigiola, direttore della Cardiochirurgia pediatrica al policlinico San Donato di Milano, arrivato alla soglia degli 80 anni non intende fermarsi a questi numeri: «Grazie alle aziende venete che sostengono il nostro progetto, voglio aprire una scuola internazionale per medici dei Paesi in via di sviluppo, a cui trasmettere tutto quello che ho avuto la fortuna di imparare in mezzo secolo di vita professionale».

L'ONORIFICENZA
Nato a Bressanone
, laurea in Medicina con specializzazione in Chirurgia pediatrica a Padova, seconda specializzazione in Cardiochirurgia a Bologna, il dottor Frigiola ha ricevuto martedì sera al Teatro Olimpico di Vicenza l'onorificenza dedicata a «un uomo di valore che con passione e dedizione ha dedicato la propria vita alla professione di medico e alla solidarietà». Organizzato da Bibetech, Belluscio Assicurazioni e Several Insurance Broker, l'evento ha segnato anche l'avvio di una raccolta di fondi per rendere strutturale l'attività di formazione, che finora ha visto 410 borse di studio per camici bianchi provenienti dalla Libia e dall'Albania, dal Kurdistan e da Cuba, dalla Romania e dall'India.

Il coronamento di una vocazione maturata fin da studente, come confida lui stesso: «Nel libro di chirurgia pediatrica più famoso dell'epoca, quello di Rickham e Johnston, il capitolo relativo alle cardiopatie congenite era praticamente zero. L'argomento veniva liquidato in due paginette, sostanzialmente dicendo che quelle malformazioni erano troppo gravi e non avevano una soluzione. Mi sono detto: qui c'è un tema da esplorare. Perciò nel 1970 ho preso la valigia e sono partito».

ALL'ESTERO
È cominciata così una lunga esperienza formativa all'estero, fra l'Hôpital De La Timone a Marsiglia, il Green Lake Hospital di Aukland, l'Hospital for Sick Children di Londra, il Centro Cardiotoracico di Montecarlo e l'Hôpital Pessac di Bordeaux. Poi il rientro all'ospedale di Vicenza, per l'apertura dell'unità di Cardiochirurgia pediatrica, a cui è seguito il trasferimento a Milano, con la direzione dell'area chirurgica Cuore - Bambino all'Irccs San Donato.
La svolta filantropica è avvenuta dopo un viaggio in Vietnam. «Ero a Hanoi - ricorda Frigiola - e vedevo che quasi tutti i bambini cardiopatici erano destinati a morire, perché non c'era nessun centro che li potesse operare, come invece eravamo abituati noi in Italia. Ho pensato: non è giusto che una parte del mondo possa accedere alle cure e un'altra parte no. Così insieme alla dottoressa Silvia Cirri ho fondato l'associazione, che in quasi trent'anni ci ha permesso di curare i bimbi in Africa, Asia, Est Europa e Sudamerica». Quattro le linee di intervento della Onlus, spiega il presidente: «Costruire i centri specializzati, come i cinque che abbiamo aperto in Egitto, Siria, Camerun, Nigeria e Senegal. Organizzare le missioni operatorie. Donare le apparecchiature, come la macchina cuore-polmoni, le valvole, l'elettrocardiografo. Formare i medici: cardiologi, chirurghi, anestesisti».

IL RICORDO
Delle migliaia di baby-malati che ha operato, e che diventati grandi gli scrivono su Facebook per ringraziarlo, Frigiola conserva caro il ricordo di Amina, incontrata per caso («Ma probabilmente era destino»), alla partenza del volo Tunisi-Milano. «Aveva appena 10 giorni - spiega - ed era dentro un cesto. All'aeroporto hanno chiesto se c'era un medico, per affiancare nel viaggio i genitori che dovevano portarla a operarsi al San Donato, proprio il mio ospedale. L'aereo è partito con 8 ore di ritardo, le bombole di ossigeno si stavano esaurendo. Con il freddo dell'aria condizionata, la sua temperatura ha cominciato a scendere, il che è pericolosissimo per un cardiopatico. Così sono andato dal pilota a chiedergli di aumentare la velocità e di accendere il riscaldamento. Dentro l'aeromobile sudavamo come in una sauna, ma tutti i passeggeri tifavano per lei. Quando siamo scesi dalla scaletta, con un'ambulanza fatta arrivare in pista, avevamo ancora solo 3 minuti di ossigeno... Il giorno dopo la bambina è stata operata e ora sta bene».

Per continuare a poter raccontare storie a lieto fine, il cardiochirurgo sta coordinando un progetto di ricerca sostenuto dalle imprese beriche e finalizzato alla stampa in 3D del cuore con le patologie congenite. «Quando mi chiedono perché non vado in pensione, rispondo che ho ancora un compito da ultimare: trasmettere agli altri quello che ho imparato». Leggi l'articolo completo
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