La guerra, la tentazione del né-né e quelle cinque categorie in cui, secondo Sciascia, si divide l'umanità

La guerra, la tentazione del né-né e quelle cinque categorie in cui, secondo Sciascia, si divide l'umanità
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Caro direttore,
vorrei proporre la seguente provocazione. Mi riferisco alle stragi delle fosse Ardeatine e di Sant'Anna di Stazzema. Nel primo caso i tedeschi volevano vendicare l'attentato ad un plotone di SS in via Rasella. Nel secondo e per tutto il resto degli orrori di quegli anni, vale che i tedeschi ci consideravano con disprezzo traditori dopo il voltafaccia dell'8 settembre 1943. Quindi, considerando il tutto, io non sto né coi partigiani né con i nazisti, né con gli italiani né con i tedeschi. Ognuno può aggiungere quanti altri né né ritiene.


Stefano Vianello


Caro lettore,


potrei risponderle semplicemente che, per sua e nostra fortuna, 75-80 anni fa ci furono un certo numero di italiani e un discreto numero di Paesi stranieri che ebbero invece il coraggio di decidere da che parte stare: se con i nazisti o con i partigiani. O ricordarle che, sempre per sua e nostra fortuna, 35-40 anni fa, durante gli anni di piombo, solo una piccola minoranza di nostri concittadini si fece suggestionare dall'ipocrita e aberrante slogan né con lo Stato né con le Br in voga in una certa sinistra italiana. Ma non voglio sfuggire alla sua provocazione. Quando c'è una guerra il concetto stesso di verità assume contorni diversi, perché diventa essa stessa un'arma da usare contro i nemici. Quando c'è una guerra i rapporti tra morale e politica si fanno molto complicati. L'orrore che ogni conflitto, con il suo sovrappiù di morti e tragedie, ci scaraventa addosso rende tutto meno facilmente decifrabile. Proprio per questo non bisogna rinunciare a farsi delle domande, anche scomode, e a porsi dei dubbi. A provare a capire, andando oltre a quella che appare l'evidenza. Ma questo, talvolta faticoso, esercizio della ragione, non può e non deve diventare un alibi per non scegliere, per sfuggire di fronte alle proprie responsabilità di uomo e di cittadino e rifugiarsi in una consolatoria (e sostanzialmente falsa) neutralità. C'è un celebre brano tratto da uno straordinario libro, Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia: è un passaggio del dialogo tra il boss mafioso Mariano e il protagonista del romanzo, il capitano Bellodi. «Io ho una certa pratica del mondo», chiosa il primo, «e quella che diciamo l'umanità... la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) piglianculo e i quaraquaquà». Ecco credo che alla fine, soprattutto i certi momenti della storia, ognuno debba decidere a quale di queste categorie del genere umano può e vuole appartenere. Ieri, oggi e domani. Leggi l'articolo completo su
Il Gazzettino