F35 ed Eurofighter italiani a difesa del Mediterraneo. «Così fermiamo i russi». Schierati tutti i nostri caccia

I caccia seguono i sottomarini nemici ma difendono anche le infrastrutture

AMENDOLA (Foggia) Il gergo dei piloti può trarre in inganno: «Il gioco - dicono all’inizio dell’operazione - oggi prevede uno scenario molto reale»....

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AMENDOLA (Foggia) Il gergo dei piloti può trarre in inganno: «Il gioco - dicono all’inizio dell’operazione - oggi prevede uno scenario molto reale». Tra loro parlano così, ma questo è tutt’altro che un gioco. È una guerra vera, anche se le bombe si sganciano a molte miglia da questo tratto di Mar Mediterraneo. La minaccia è anche qui, nel sud dell’Italia che è allo stesso tempo il confine dell’Europa e il limite della Nato. Il nemico, quel nemico che i generali non chiamano mai per nome, ci arriva quasi ogni giorno: silenziosamente, spesso via mare, ma soprattutto attraverso quella dimensione che ai comuni mortali viene ancora difficile da immaginare.

È nel mondo cyber che bisogna alzare la trincea: in una sorta di iperuranio di altissima tecnologia ma che si interseca continuamente in una realtà composta da infrastrutture digitali ed energetiche, di flussi continui di dati e informazioni riservatissime. Può sembrare impossibile ma pur in un intreccio di file, segnali radar e gps, la battaglia si combatte con i super caccia. Gli F35 italiani sono già tutti schierati: una quindicina porta le insegne dell’Aeronautica militare, ma altri sono stati assegnati alla Marina che li schiera progressivamente sulla portaerei Cavour. Sono il gioiello della nostra difesa, il futuro che è già realtà per tutte le forze armate occidentali: giganti dell’aria in grado di sganciare missili precisissimi ma capaci di disinnescare la bomba atomica tecnologica su cui la Russia lavora allo stesso ritmo con cui sgancia razzi sulle città dell’Ucraina.

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TATTICHE E SEGRETI

L’attenzione in questi giorni è concentrata su quel tratto di mare che va dalla Puglia all’est della Sardegna. E le ragioni sono molteplici: perché sembra nascondersi qui l’attrazione impossibile per i sottomarini del Cremlino e perché si estendono su questi fondali le condotte energetiche di cui oggi meno che mai non si può fare a meno. In una distesa di onde così vasta passa alla fase operativa quell’operazione che le forze aeree della Nato hanno programmato e iniziato già prima della guerra. L’obiettivo si chiama integrazione e in questi giorni il cielo dell’Italia è diventato il grande laboratorio per i piloti. L’esercitazione Falcon Strike è la più importante esercitazione dell’anno per l’Aeronautica militare ma in uno scenario di crisi internazionale è il pretesto per un altro piano: fare in modo che gli stati alleati sfruttino la stessa tecnologia, che i piloti siano in grado di alternarsi ai comandi degli aerei con bandiera diversa e che i collegamenti tecnologici siano perfettamente comunicanti. Tattiche e tecniche. E segreti. «Questi mezzi ci proiettano in una nuova dimensione, oltre a consentirci manovre di guerra ben più precise e più semplici - racconta uno dei piloti, nome in codice “Ponzio” - Con l’F35 siamo in grado di penetrare in ambiente nemico senza essere visibili, visto che il velivolo è in grado di ridurre la capacità radar delle forze avverse.

Allo stesso tempo abbiamo una capacità molto più alta di captare l’azione del nemico. Il vantaggio, insomma, è quello di raccogliere informazioni ma senza farsene fregare troppe». Il generale Luca Goretti la chiama “air dominance” ed è la strategia, secondo il capo di stato maggiore della nostra aeronautica, per affrontare la crisi del momento ma anche i rischi del futuro: «Per impedire che il nostro spazio aereo venga violato e in questo i nostri jet sono in prima linea anche lontano dall’Italia. Con l’utilizzo di aerei che diventano luogo di raccolta dati e centro di comando, il dominio dei cieli ci consente di proteggere anche le infrastrutture strategiche, quelle tecnologiche ed energetiche».

Ed ecco che in volo si levano anche i G-550 Caew: veri e propri computer volanti in grado di rifornire i centri di comando a terra anche in caso di attacco cyber. Per accertare che tutto funzioni ora qui si combatte per davvero. «La simulazione prevede che siano gli altri ad attaccare e questo ci consente il rispetto delle regole che la Nato si è data - sottolinea il colonnello Vito Cracas, che comanda le forze di combattimento dell’Aeronautica e che in questi giorni coordina l’esercitazione Falcon Strike - Ora prevediamo che anche l’avversario sia dotato della nostra stessa tecnologia anche se poi sappiamo che nella realtà il livello tecnologico con quello che al momento appare come il principale nemico non è esattamente identico». 

Gli F35 italiani, decollano uno dopo l’altro insieme a quelli americani e olandesi. Tutto ciò che sperimentano in volo, nel corso delle missioni che si ripetono per l’intera giornata non si può raccontare, perché sono i segreti tecnologici più che i soldati in trincea a far vincere le guerre. Ai jet dunque non ci si può neanche avvicinare troppo: le foto sì sono consentite ma ad almeno otto metri di distanza, solo quando tutti gli sportelli sono chiusi o protetti. Ci sono dettagli da non svelare, perché il solito nemico osserva tutto. E gli Stati Uniti, proprietari del progetto dei super caccia, su questo non fanno sconti. In Europa al momento sono schierati già 140 F-35, ma il piano è quello di indirizzare verso questa tecnologia la forza aerea occidentale «Entro il 2034 ne avremo oltre 600 - dice il comandante delle forze aeree americane in Europa, James Hecker - Potrebbe accadere che un F35 statunitense deve essere dirottato verso la base di un’altra forza aerea alleata e proprio per questo stiamo cercando di renderli interoperabili in modo che qualsiasi nazione possa lavorare su qualsiasi velivolo, indipendentemente da dove provenga , e non solo rifornirlo di carburante, ma anche riarmarlo. Solo così ci possiamo difendere».

 

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Il Gazzettino