Emanuela Orlandi, spuntano tre sosia: «Fotografate per ricattare Marcinkus»

Emanuela Orlandi, spuntano tre sosia: «Fotografate per ricattare Marcinkus»
Il nuovo filone d'inchiesta sul caso Orlandi-Gregori si arricchisce di nuovi elementi tratti da testimonianze inedite Sono spuntate tre ragazze, di cui una ormai quarantenne...

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Il nuovo filone d'inchiesta sul caso Orlandi-Gregori si arricchisce di nuovi elementi tratti da testimonianze inedite Sono spuntate tre ragazze, di cui una ormai quarantenne ex ballerina di Non è la Rai, che hanno ammesso di esser state fotografate come sosia di Emanuela Orlandi. Hanno accettato di parlare purché protette dalla garanzia dell'anonimato.




Nomi che sono usciti fuori dalle parole di Marco Fassoni Accetti, fotografo che si è autodenunciato di essere uno dei telefonisti che chiamò la famiglia Orlandi e il Vaticano.



Le foto furono scattate dopo che sia Emanuela sia Mirella Orlandi fossero trasferite all'estero, in Francia, sotto i falsi nomi di Fatima e Rosi.



"Mi avvicinò mentre ero in viale Libia con mia mamma, mi riempì di complimenti - racconta la sosia parlando di Fassoni Accetti - Disse di avere entrature nel mondo dello spettacolo e che poteva aiutarmi. Io ero minorenne, avevo 16 anni, ma confesso che l’idea mi piaceva".



"Lo vidi più volte - prosegue - sempre con mia madre o mia sorella grande. Sì, di fotografie me ne fece tante. Mi portò anche a un concorso, Miss Abbronzatissima, e a una serata in cui recitai una poesia. Era un tipo strano. Dopo qualche settimana smisi di incontrarlo".



Non era l'unica però. Lo stesso fotografo ammette di aver lavorato con altre due giovani aspiranti modelle: una 18enne, l'altra ancora minorenne e poi divenuta poetessa piuttosto nota. Furono tutte fotografate a loro insaputa, mai di profilo o in primo piano, in modo da poterle scambiare con le due ragazze rapite.



Immagini che furono utilizzate per minacciare o ricattare, in modo "da far credere alla nostra controparte che continuavamo a detenere la Orlandi", ammette il fotografo.



Le pressioni servivano - spiega - per contrastare la gestione dello Ior di monsignor Marcinkus e di Thomas Macioce, l’uomo d’affari americano che fin dal 1987-88 si diceva potesse sostituirlo. Inoltre volevamo evitare il rischio che Alì Agca tornasse ad accusare il mondo dell’Est, i bulgari, come mandanti dell’attentato a papa Wojtyla, considerato che in quel periodo ci sarebbe stato il processo d’appello". Leggi l'articolo completo su
Il Gazzettino