ROMA - Adesso dicono che nessuno si era mai sognato di licenziarlo. Che David Rossi sarebbe rimasto lì, nell’ufficio luminoso che domina il cortile interno di Rocca Salimbeni, con le grandi vetrati e gli infissi di legno pregiato. Era il suo fiore all’occhiello, quello stanzone elegante con le librerie piene di fascicoli e di cataloghi d’arte. Era la sua vita: lavoro e impegno culturale. E lo lasciava intendere a chiunque entrasse nella sua piccola rocca fortificata. Logico che abbia scelto quella stanza per prendere la decisione più importante della sua vita; sempre che sia stata una scelta meditata. Perché le ultime ore di vita di David Rossi, 52 anni, praticamente cresciuto professionalmente al fianco di Giuseppe Mussari, racchiudono un evento che può essere devastante per chiunque. Soprattutto per un uomo lieve, di cultura, avezzo all’arte della diplomazia più che alle risse verbali. E che aveva una considerazione altissima per il suo ruolo, per il suo incarico, per il suo potere.
LA LETTERA
A cambiare il corso del pomeriggio di due giorni fa, e di tutta la sua vita, potrebbe essere stata una lettera. Niente di ufficiale: una comunicazione interna. Che molti conoscono nei contenuti. Si chiedeva a David Rossi un passo indietro. A lui, che esercitava un potere economico e, in qualche modo, temporale, su tutto quello che ruotava intorno all’immagine del Monte: le mostre, le rassegne, le sponsorizzazioni, le produzioni cinematografiche. Mercoledì pomeriggio, intorno alle sei di sera, probabilmente David Rossi ha capito che stava per perdere tutto.
Non il lavoro e nemmeno lo stipendio, ma l’immagine di uomo vincente. Era accaduto al suo capo, Giuseppe Mussari, quando le pressioni di Bankitalia lo avevano accompagnato fuori da Rocca Salimbeni, fino agli uffici dell’Abi, nel centro caotico della capitale. Adesso stava accadendo a lui. David Rossi ha provato a capirne di più, con una serie di sms pieni di interrogativi. Poi ha parlato a lungo con un interlocutore che per il momento la Procura preferisce non rivelare.
LA MINACCIA
E’ stato allora che ha capito che l’alternativa era più buia: essere chiamato a rispondere della fuga di notizie che aveva portato all’inchiesta per insider. Forse in quei momenti ha scritto l’appunto, ripetendo con la penna quello che stava dicendo al telefono: «Ho fatto una cavolata. Sto morendo». Il resto è fatto di emozioni private: il nome della moglie che compare più volte sul display del cellulare, il dito sul tasto per rifiutare la chiamata. Il tentativo di spiegare, l’incapacità di trovare le parole adatte. I fogli accartocciati nel cestino. Ma in quel momento aveva già deciso: andarsene con il «suo» ufficio negli occhi, per sempre.