Alfredo Barbini, il maestro che ammaestrava il vetro con la forza della creatività

PER APPROFONDIRE: alberto toso fei, alfredo barbini
Illustrazione di Matteo Bergamelli

di Alberto Toso Fei

VENEZIA - Nell'ammirare un'opera di Alfredo Barbini non si riesce a credere che tanta levità possa essere stata infusa nella pesante massa di vetro della quale è composta. Perché Barbini, uno dei grandi interpreti novecenteschi della millenaria tradizione muranese, nelle sue opere è riuscito a trasmettere quella forza interiore dalla quale affermava di sentirsi guidare le mani.

Nel dare vita a figure umane e animali aveva a un certo punto rinunciato a parte degli utensili di metallo utilizzati da sempre nella vetraria isolana, ma – non potendo plasmare direttamente il vetro incandescente – era ricorso a una delle sue grandi invenzioni: dei fogli di giornale appallottolati e bagnati, coi quali riusciva a imprimere alla scultura, e ancor prima al gesto, una morbidezza in continua sintonia col pensiero.

Nato nel 1912 in una delle più note famiglie vetrarie muranesi, pur non essendo figlio di un maestro, entra in fornace poco più che bambino, affascinato da quel mondo di fuoco e di silice, e davvero è una scelta dettata dalla passione: non ancora diciottenne è già maestro, mostrando una propensione innata per il modellato e lasciando spesso stupefatti quanti lo vedono all'opera.

Il primo momento formativo determinante per le sue scelte artistiche future arriva presto: lo scultore Napoleone Martinuzzi lo assume nella sua fornace; ne nasce una collaborazione che continuerà nei decenni, anche dopo che il sodalizio sarà sciolto. Entro breve infatti Barbinientra come socio e direttore artistico in un'altra vetreria, la “Gino Cenedese & C.”, con la quale parteciperà alla sua prima Biennale, nel 1948 (ne inanellerà molte altre, fino al 1968), con un'altra delle sue invenzioni artistiche: gli “acquari”, blocchi irregolari di vetro nei quali fluttuano pesci ed altre creature marine modellate in precedenza.

Nel frattempo i tempi sono maturi per mettersi in proprio: nel 1950 fonda la sua vetreria, aiutato dai figli Oceania e Flavio. Si fa costruire, in un ampio giardino, una sorta di cattedrale di ispirazione gotica, circondata da alberi e con vetrate a tutta parete di diverse tonalità di colore, che gli permettono di avere la stessa la stessa luce in ogni momento della giornata, dall’alba al tramonto.

Lì continua a inventare e innovare: le sue figure sono modellate su un unico blocco, spesso con stratificazioni di vetri a tonalità diverse, che accentua la consistenza plastica delle opere; gioca coi colori scuri, dai quali ricava un'intera gamma di sfumature. Nessuna realizzazione, neanche la più ardita, gli è preclusa; perché sa giocare con il vetro, diventatogli amico. La sua ricerca si fa nel tempo sempre più pura ed essenziale; il corpo invecchia ma la passione non viene mai meno, e la tecnica sopraffina che ormai è incarnata nelle sue mani non riesce e non riuscirà mai a superare l'estetica impressa nei suoi pezzi.

Alfredo Barbini è stato un caposcuola riconosciuto, al quale molti altri maestri si sono ispirati; ha onorato ogni giorno, per tutti i giorni della sua vita, il suo tempio laico del lavoro: ogni mattina è sceso dalla sua abitazione – palazzetto Correr Grimani sul Canal Grande di Murano – e ha varcato la soglia della sua fornace. In giacca e cravatta, si è seduto sullo scranno e per tutta la giornata ha continuato a lavorare. Fino all'ultimo giorno, il 13 febbraio del 2007, quando si è spento a 94 anni.

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Domenica 18 Giugno 2017, 05:00






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