​Non è cambiando le parole che si cancellano i problemi

PER APPROFONDIRE: parole, razzismo
Egregio Direttore,
leggo sul giornale di oggi che non si può dire la parola vù comprà perché offensiva. Tempo fa ho letto che non si può dire neanche zingaro e negro. Vorrei suggerirLe di incaricare un redattore de Il Gazzettino di fare un elenco di queste parole proibite dalla legge italiana, in modo tale che noi da poveri ignoranti non si offenda inavvertitamente qualcuno. In italiano e anche in dialetto. Sto pensando alla parola mona molto adoperata dal nostro Lino Toffolo. Quali altre?


Giorgio Rampazzo

Caro lettore,
capisco la sua ironia. Ma è proprio così: ci sono parole ed espressioni che non possono venire usate perché considerate discriminatorie e denigratorie. Per cui si può scrivere rom ma non zingaro, ambulante abusivo ma non vù cumprà. Recentemente è stato anche deliberato che i profughi non possono essere chiamati clandestini in quanto il loro status non è ancora quello di fuorilegge ( tali sono i clandestini), ma di richiedenti asilo, cioè stranieri in attesa di vedere o meno riconosciuto il loro diritto a restare in Italia. Francamente confesso che non tutti, ma alcuni di questi divieti mi lasciano abbastanza perplesso e mi sembrano soprattutto il frutto di un pensiero unico politicamente corretto che cerca, attraverso la lingua, di anestetizzare la realtà. Ma cambiando le parole non si cancellano i problemi.

I venditori che occupano la spiaggia di Sottomarina di Chioggia sono un caso indipendentemente da come vogliamo definirli. E chiamare quegli stranieri in modo più gentile non rende meno grave la situazione nè, come si è visto, contribuisce a frenare comportamenti violenti. Lo stesso vale per la battaglia tra bande rom andate in scena qualche giorno fa a Bergamo.

Comunque per formazione siamo abituati a rispettare le regole e quindi sul nostro giornale cerchiamo di non usare le espressioni proibite. Purtroppo dobbiamo anche constatare che molti di coloro nei confronti dei quali usiamo tanta attenzione filologica, delle regole spesso si fanno un baffo.
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Sabato 19 Agosto 2017, 13:11






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5 di 14 commenti presenti
2017-08-20 12:06:43
Abbiamo i maestrini delle elite che ci insegnano a parlare in pubblico, anche come ci si comporta a tavola.Poi I POPOLARI( non populisti e non razzisti) a casa propria stanno in mutande e canotta e chiamano le cose come viene loro in mente.In pubblico usano audioleso ,altrimenti ti guardano come un appestato e pure ti denunciano ...in casa sordo, tanto poi i sussidi e protesi e pensioni di invalidita' vengono pagati con le loro tasse di sboccati.Alla fine stufi di lezioni di bon ton inconcludente non votano piu' per la sinistra dei maestrini( o piccoli maestri) che cavalca i diritti civili formali di pochi e ha mollato i lavoratori...superstiti.Tanto poi ad essere sfrantumati negli attentati ..son sempre cittadini comuni del popolo..i fichetti son sempre al chiuso ad elucubrare( circondati da militari in assetto di guerriglia)..in completo nero di fresco di lana, cravatta pure nera e camicia bianca o azzurra..che tra il popolo bue viene esibita fuori dalle braghe...bonta' loro che si abbassano.
2017-08-20 08:26:35
## Seehhh,seeehhh, e state attenti,che se sbagliate una sola parola,la Boldrina ci denuncia tutti.
2017-08-19 23:09:55
Altra ridicolaggine tricolore. L'imposizione di una terminologia "politicamente corretta" c'e' anche in altri paesi, ma da noi va cosi' da decenni... E nel frattempo alcuni termini sono cambiati non una, ma piu' volte.
2017-08-19 21:56:29
Io penso alle parole di Edgar: Dire ciò che sentiamo e non ciò che conviene...
2017-08-19 21:28:07
E' la prima volta in assoluto che sono d'accordo con lettore, direttore e commentatori tutti. Mi preoccupa un pò ma tant'è...Comunque, per non smentirmi mai, vorrei suggerire di non perdere di vista la differenza fra imporre terminologie socialmente accettate e censurare interi pensieri comunque siano espressi. Forse la seconda è ancora più grave.